Maria Stella Rasetti, bibliotecaria

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I film di "Bigiù e babà"

(in ordine alfabetico di titolo, i film che ho visto dopo il 12 giugno 2010 e che rivedrei volentieri)

Locandina del film L'amore ritorna, di Sergio Rubini

Sabato 8 agosto 2010 - Serata prima della partenza dedicata ad uno strepitoso Sergio Rubini, che dirige, oltre a se stesso, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Giovanna Mezzogiorno in una storia "bella" perché capace di offrire un punto di vista inconsueto: quello di un attore all'apice del successo che a causa di un malore è costretto ad uscire di scena e per la prima volta si ritrova spettatore del proprio mondo. In questo mondo ruotano non soltanto i colleghi del cast, tra i quali la nuova fidanzata, ma anche la ex moglie, un vecchio amico d'infanzia, la famiglia d'origine. Giocato anche sul registro fantastico, il film, pur incentrato sulla malattia, si fa leggere come una storia di guarigione e di restituzione: restituire spazio alle ragioni degli altri è un segnale di adultità che ci permette di riconciliarci con il nostro passato anche doloroso, fatto di abbandoni e lacerazioni, e soprattutto con le nostre radici.

Fotogramma del film Bolzano jamme jà, di Emanuela Pesando

Domenica 28 novembre 2010 - Moltissime le cose da fare oggi: una lista con prolunga capace di far tremare le vene ai polsi persino al primo della classe nei seminari di David Allen. Difficile contenere "il resto della vita" in un solo giorno, con le tante imprese avviate, i progetti in corso, quelli da chiudere, quelli da recuperare in zona Cesarini, quelli da farsi ancora venire in mente.
Ma mi trovo uno spazio anche per un tocco di napoletanità, come mi si conviene, godendomi "Bolzano jamme jà", una video-ipotesi fantastica sulla città di Bolzano conquistata agli inizi dell'Ottocento dall'esercito delle Due Sicilie, e ora saldamente governata dallo spirito partenopeo.
Il corto offre scorci pregiati della Bolzano quotidiana, quella vera: dalla stazione a piazza Walther, passando per i portici, fino ad inoltrarsi nei boschi fuori città. Una città che amo molto e che conosco molto bene. Rivedo con piacere le insegne del grande negozio Amonn, in piazza del Comune, dove ogni volta spendo un visibilio in cancelleria e altre inutilità che fanno bene al cuore: in quel negozio, devo ammettere, riscopro sempre il mio personale paese dei balocchi. Nel corto diretto da Emanuela Pesando, vincitrice del premio Autori da scoprire, lo spirito dei "bolzanetani", anche quelli di lingua tedesca (i "poverini"), è schiettamente partenopeo: delizioso il gioco degli stereotipi, capace di rendere del tutto credibile la storia di Totò nato a Bolzano e di Masaniello rifugiatosi in città per sfuggire al triste destino toccato ad una sua controfigura.

Locandina del film Mox of moonlight, di Tom Di Cillo

Martedì 28 dicembre 2010 - Gli ultimi giorni dell'anno hanno un'atmosfera un po' fanciullesca. È tutto un dirsi "auguri auguri": il buonismo è d'obbligo, almeno questa settimana; perciò stasera, dopo una giornata ricca di incontri e positiva per contenuti e prodotti finali, mi sparo un film in pieno filone neo-capriano, apologetico e anche un pochino melenso.
"Box of Moonlight", diretto dal "giovane" regista indipendente Tom Di Cillo, gioca sul contrasto tra la creativa libertà della "vita naturale" e la fredda schiavitù della vita regolata e disciplinata. I due protagonisti del film incarnano rispettivamente l'uno e l'altro modello: Al Fountain è un ingegnere elettrotecnico super-organizzato, impegnato in un lavoro che lo tiene per mesi lontano da casa; l'uomo trasferisce anche nei rapporti umani l'approccio doverista e noioso che applica in servizio, facendosi odiare dai collaboratori, che lo tengono lontano dal gruppo, e facendosi temere da moglie e figlio, che riescono a sopportarlo solo perché i suoi contatti si limitano ad una breve telefonata serale, sempre alla stessa ora. L'ingegnere, che pochi giorni prima del termine del contratto deve fare i conti con l'interruzione anticipata del progetto, decide di tornare a casa non prima del giorno previsto, per poter darsi ragione di alcune visioni strane, di cui non riesce a capacitarsi: bicchieri che si svuotano anziché riempirsi, bambini che vanno in bicicletta in senso contrario a quello normale. Durante una escursione su un'auto a noleggio, Al incontra Sam Rockwell, un ragazzo sbandato che vive ai margini di un bosco, in una catapecchia costruita con mezzi di fortuna: un eterno bambino senza arte né parte, capace di credere alle favole e di indignarsi con tutto se stesso per ogni cosa brutta che accade nel mondo.
I due sono destinati a fare amicizia e a "contaminarsi" reciprocamente: trascorsi assieme alcuni giorni ricchi di avventure, Al tornerà a casa dalla famiglia arricchito da un approccio più tollerante e meno rigido, portando con sé, in regalo alla moglie, una speciale scatola di legno, in cui Sam ha racchiuso per lui la luce del chiaro di luna.

Locandina del film Il caimano, di Nanni Moretti

Martedì 20 luglio 2010 - Abbiamo rivisto volentieri il Caimano, un film vecchissimo ed assieme ancora "contemporaneo" quanto a scenario politico sottostante. Ognuno lo legge come vuole: come film politico e militante, o come la storia professionale e personale di un piccolissimo produttore di film trash-horror, alle prese con la crisi della sua vita familiare e della sua vita professionale.
Il film è comunque un ritratto fedele del nostro paese, patetico, qualunquista, inetto e impossibilitato a redimersi.
Recensione su Off Screen

locandina del film Cambia la tua vita con un click, di Frank Coraci

Mercoledì 8 settembre 2010 - Avevo trovato citato il titolo di questo film in un libro "serio", e mi ci è voluto un niente per cadere nella trappola della curiosità. Ho preso in prestito il DVD alla San Giorgio e via a guardarlo. Il film è una robina leggera leggera, tipo un caffè d'orzo parecchio allungato con l'acqua tiepida: male non fa, ma non lascia in bocca nessun gusto. Ma proprio niente niente.
Come abbia fatto a ottenere la nomination all'Oscar, lo sa solo l'Angelo della morte, che è una delle figure più riuscite del film. Forse perché interpretata da Christopher Walken, che di tutto il cast è l'unico vero attore. Gli altri o sono parodie di se stessi, come un Fonzie invecchiato (Henry Winkler) e un imbolsito Mitch di Supercar (David Hasselhoff), o sono bamboccioni di gomma, come lo stesso protagonista Adam Sandler, che dio ce ne scampi e liberi. E allora perché mi sono guardata 'sta ciofega, direte voi? E' l'argomento ad essere decisamente intrigante: ecco perché.
Il sogno di sempre: riuscire ad essere protagonista della propria vita, addirittura fino a poterla manipolare, andando avanti e indietro nel tempo, saltando le parti noiose, faticose, brutte e troppo impegnative. Arrivando subito a cogliere i risultati, senza dover pagare il dazio necessario a raggiungerli.
Arrivando a destinazione, cancellando tutto il viaggio.
Strumento d'attuazione del sogno, un telecomando magico, che il protagonista spinge per mandare avanti il film della sua vita e godersi il seguito, per poi scoprire che le cose non sono andate come avrebbe voluto, e che indietro si può tornare, ma solo per rivedere cos'è successo, non per correggere i propri errori. Così scopre, nel sogno, di aver anteposto il lavoro alla moglie, che l'ha lasciato, e ai figli, che non ha visto crescere; di non poter più trascorrere il tempo con suo padre, che se n'è andato per sempre.
La commedia, poverina, non ce la fa ad offrire una chiave di lettura capace di andare oltre la rassicurazione disneyana: fermi tutti, stavo sognando, adesso vado a casa dove stanno tutti bene e dedico tanto tempo alla famiglia e meno al lavoro!
Ma mentre rimetto il DVD nella custodia, borbottando un "mah" poco convinto, mi persuado sempre di più del valore della ricetta opposta alla logica del telecomando: il buono sta più nel viaggio che nella destinazione.
Le parti noiose hanno la loro funzione nella nostra storia, e saltarle a pie' pari ci fa perdere di spessore e di autenticità. Altrimenti rischiamo di credere che la vita vera cominci quando si è arrivati a quell'obiettivo a cui tutto sacrifichiamo (una promozione, il matrimonio, la fine del mutuo, fate voi), laddove invece la vita vera è già in onda, mentre noi stiamo lì a proiettarci verso una mèta destinata tragicamente a spostarsi. Questione di atteggiamenti.
Voce su Wikipedia
Recensioni varie

Locandina del film Caos calmo, di Antonello Grimaldi

Lunedì 19 luglio 2010 - Non lo avuto modo di leggere il libro di Sandro Veronesi, Premio Strega 2006, e quindi mi getto nel caos morettiano con l'ingenua ignoranza di chi non si è fatto già il proprio film in testa e rimane solitamente deluso dall'altro film, quello vero, predisposto dal regista.
Il protagonista fa i conti con l'improvvisa morte della moglie, e ancor più con il dolore che non arriva, sostituito da un caos calmo, appunto, che impone uno stop non solo ai sentimenti, ma anche all'azione.
Il blocco vitale si rispecchia nel perimetro attorno alla scuola della figlia, dove il protagonista trascorre l'intera giornata, mettendo da parte famiglia e lavoro. Familiari e colleghi lo vanno a trovare, cercando in lui quel sostegno e quell'apporto di cui ognuno di loro ha bisogno per le proprie personalissime ragioni.
La conclusione è aperta: il ritorno alla normalità che la figlia chiede al padre come regalo di natle sarà un ritorno alla vita precedente, magari a velocità inferiore, oppure sarà l'occasione per costruire un nuovo modo di agire?
Recensione su Mymovies
Recensione su Yahoo Cinema

Locandina del film Chiedi la luna, di Giuseppe Piccioni

Giovedì 16 settembre 2010 - La scelta di stasera conduce molto indietro nel tempo, negli anni della mia gioventù: Margherita Buy e Giulio Scarpati in questa pellicola sono giovanissimi, senza una ruga, ancora inesperti e immaturi come interpreti. Piccioni, poi, aveva ancora da crescere.
Ma la storia non è da buttare: se non altro perché il genere "on the road" è poco praticato in Italia, e la soluzione di far ruotare tutta la vicenda attorno ad un personaggio che non si trova, e che mai si vedrà per tutto il film, è quanto meno non scontata.
Marco e Giacomo sono due fratelli che hanno ereditato alla morte del padre un'officina trasformata in salone per autonoleggio; Marco è il fratello piccolo, serio e posato, il vero capofamiglia; Giacomo è il maggiore, scapestrato e sempre alla ricerca di un altrove da rincorrere. Giacomo un giorno sparisce con l'auto più bella del salone e con la cassa del giorno, per non farsi più trovare. Marco si mette sulle sue tracce, andandolo a ricercare prima dalla fidanzata, poi dagli amici d'infanzia, per poi ritrovarlo alle prese con una nuova vita che nulla ha a che fare con la precedente.
Fa effetto, oggi, buttare l'occhio sull'Italia di vent'anni fa: i conti ancora in lire, i pesanti radiotelefoni da auto, le audiocassette, le macchine dalle fogge squadrate fanno quasi tenerezza.
La Buy ne aveva ancora di strada da fare, prima di diventare davvero bella e davvero brava. Salvo volentieri, invece, l'interpretazione di un giovane Sergio Rubini, che convince appieno nel suo strampalato ruolo di fidanzato abbandonato uscito di senno.
E io che facevo nel 1991? Avevo anch'io più o meno la pelle liscia come quella della Buy di allora; i miei capelli erano più cotonati, ero molto orgogliosa, ricordo, di un giacchino blu con bottoni gioiello dalle enormi spalline imbottite. Fu l'anno della varicella: pustole inguardabili su tutto il corpo. Tre settimane di malattia – l'assenza più lunga che abbia mai fatto dal lavoro in tutta la mia carriera (per mia fortuna!). Brutto prendere le malattie dell'infanzia a trent'anni, ma a me è capitato. All'epoca lavoravo all'Impruneta, vivevo a Tavarnuzze, ed ero convinta che nella mia vita, varicella a parte, tutto sarebbe andato sempre a diritto. Ah, la gioventù!

locandina del film La classe, di Laurent Cantet

Giovedì 8 luglio 2010 - Laurent Cantet è un regista che ho amato molto per i suoi A tempo pieno e Risorse umane. Ho preso il DVD del suo ultimo film, che ha vinto la Palma d'oro a Cannes nel 2008.
Il film è ambientato al Liceo Dolto del XX Arrondissement di Parigi: siamo in piena banlieue. Ad interpretarlo è l'autore stesso del romanzo da cui è tratto: un insegnante che prova ad entrare in contatto con una classe di quattordicenni aggressivi e apparentemente spavaldi, ma in realtà prigionieri delle differenze culturali e impauriti di fronte alla propria fragilità rispetto ad un mondo adulto che non li accoglie né li comprende. I ragazzi assecondano tragicamente il loro "destino" di esclusione sociale, vivendo le differenze etniche in chiave di disagio e rifiutando l'accesso a quegli strumenti "da bianchi" (prima di tutto il linguaggio) con i quali potrebbero invece riequilibrare il loro posto nel mondo.
La figura dell'insegnante "illuminato", che rifiuta di disperarsi e di assolversi dal raggiungimento del compito istituzionale, è sicuramente molto intrigante e coinvolgente, offrendo un mix originale di speranza e voglia di sperimentare.
Mi torna in mente uno dei libri che io amo in assoluto di più: "Lettera a una professoressa" dei ragazzi di Barbiana. E' facile provare soddisfazioni didattiche con i figlioli dei ricchi, che hanno assistenza culturale di ogni genere. Penso ai disastri che scientificamente l'attuale classe dirigente al governo del paese sta conducendo nei confronti della scuola: una smobilitazione lucidamente delinquenziale, volta a ri-trasformare la scuola in uno strumento di razzismo e disuguaglianza.
L'ignoranza è una bruttissima bestia: un magnifico alleato per chi vuole gestire il potere a modo suo. Mr. Berlusconi ama molto gli schiavi felici. Ignoranti e felici. L'uso perfetto del congiuntivo è rivoluzionario: perché se io parlo bene, penso bene, e se penso bene, non sono più capace di essere felice se sono schiavo. Che io fossi, che tu fossi, che egli fosse... Forza: la rivoluzione è anche un congiuntivo imperfetto!

Locandina del film Elling, di Peter Naess

Lunedì 6 settembre 2010 - Di sera, al termine di una giornata davvero luuuuuuunga, mi regalo uno dei miei "Repetita iuvant" cinematografici. Guardo di nuovo un film che mi era molto piaciuto "in prima visione", con la consapevolezza che - se proprio la stanchezza vincesse la partita - fare un sonnellino non sarebbe poi così grave, visto che più o meno gli elementi di base me li ricordo.
Si tratta di “Elling” di Petter Naess, che ha sfiorato l'Oscar 2002 come miglior film straniero: anche questa volta confermo la bella sensazione che mi aveva accompagnato la prima volta, soprattutto per la delicatezza compositiva dell'opera. Certo, a noi Italiani una storia del genere rischia di apparire troppo "ottimista", perché ci dimentichiamo che la Norvegia è un paese gentile e composto, non un paese scorbutico e sbrindellato come l'Italia.
A quarant'anni suonati Elling ha vissuto solo con mammina, che ha risposto per lui al telefono, si è premurata di non farlo mai uscire di casa ed ha pensato a tutto purché non si contaminasse col mondo esterno. Morta la donna, il "cocco di mamma" viene portato di peso in una struttura psichiatrica, nel tentativo di reinserirlo nella vita sociale. Qui costruisce una forte alleanza con il compagno di stanza Kjell Bjarne, un omone grande e grosso ma sempliciotto, con la fissa del cibo e delle donne. Dopo due anni di internamento, gli illuminati servizi sociali norvegesi impongono a Elling e a Kjell Bjarne di uscire dall'istituto e provare a vivere una vita autonoma in un appartamento nel centro di Oslo: qui debbono imparare a rispondere al telefono, uscire di casa, fare la spesa, andare a mangiare fuori. Tutti compiti estremamente sfidanti per i due ex degenti, sempre alle prese con le proprie fobie. Dicono del telefono: "Non è naturale parlare in un affare di plastica con qualcuno che neppure vedi". Sono a disagio nell'uscire di casa: "Che senso ha avere un appartamento se poi bisogna uscirne in continuazione?".
Grazie al sostegno di un ruvidissimo ma efficace assistente sociale, i due uomini saranno capaci di costruirsi una vita "normale": Elling scoprirà la sua vena poetica, scrivendo versi che poi nasconderà nelle scatole di crauti al supermercato, Kjell Bjarne si innamorerà della donna incinta del piano di sopra, fino ad assumere il ruolo di padre del bambino.
Entrambi diventeranno amici inseparabili di Alfons, un affermato membro dell'intellettualità norvegese: un poeta rimasto solo dopo la morte della moglie.
Diventare normali è l’obiettivo straordinario che i due protagonisti si propongono di perseguire. Il loro successo, mi pare di poter interpretare, sta nel fatto di riuscirci, conservando intatta, però, la loro meravigliosa diversità.
Recensione di Film Up

Locandina del film Le fate ignoranti, di Ferzan Ozpetek

Giovedì 26 agosto 2010 - Antonia e Massimo sono una coppia sulla quarantina che sembra aver avuto tutto dalla vita: bellezza, successo, denaro, e una quantità sufficiente di serenità e appagamento. Finché Massimo muore all’improvviso, travolto da un’auto mentre attraversa la strada, distratto da una chiamata al cellulare. Antonia piomba nello sconforto più nero e si chiude nel dolore per una perdita tanto improvvisa quanto inaspettata. Tra gli oggetti del marito ritirati dall’ufficio, la donna scopre un quadro con una dedica sibillina da parte di una “fata ignorante”: c’era dunque un’altra donna nella vita di Massimo. Messasi sulle tracce dell’amante clandestina, Antonia scopre che in realtà la fata ignorante è un uomo: un operaio che lavora ai mercati generali e che vive in una mansarda del Testaccio in compagnia di una variopinta “famiglia allargata” di omosessuali. La storia, delicata e accogliente, si fa leggere come il percorso di scoperta e maturazione personale che la donna compie all’interno di una verità sconosciuta, che le permette di superare il perimetro delle proprie convinzioni e adire ad una visione più ricca e aperta della vita. Quattro nastri d’argento meritatissimi; Serra Yilmaz semplicemente strepitosa.
La voce su Wikipedia

Locandina del film Giorni e nuvole, di Silvio Soldini

Lunedì 12 luglio 2010 - Guardo piuttosto poco, e malvolentieri, la televisione. Il tempo libero è quello che è, e bisogna centellinarne l'uso. In questo periodo, poi, non c'è proprio niente di decente da vedere, la sera. Ma stasera devo dire che vale la pena stare davanti alla TV.
Lo faccio volentieri, perché posso seguire un bel film che avevo perso al momento dell'uscita. Margherita Buy e Antonio Albanese sono bravissimi, così come è brava la giovane attrice che interpreta la loro figlia, e che avevo ammirato pochi giorni fa guardando "Riprendimi".
La storia è di quelle che ti fanno riflettere, perché ti portano subito a pensare: "Potrebbe succedere anche a me".
Dunque, una famiglia benestante, dove tutto scorre regolarmente, all'insegna dell'intelligenza, del benessere, del rispetto reciproco e della curiosità culturale, viene sconvolta da un fatto del tutto ordinario: la perdita del lavoro del capofamiglia. Il quale per un po' regge il gioco, non solo per permettere alla moglie di coronare il suo sogno di laurearsi in storia dell'arte, ma anche e soprattutto per evitare di ammettere davanti a se stesso e agli altri di essere stato tagliato fuori dall'azienda in cui svolgeva un ruolo dirigente.
La verità è durissima: modificare drasticamente il proprio tenore di vita, cambiare abitudini, vendere la barca, l'auto, la casa sono prove difficili da superare per la coppia di protagonisti.
Il finale, aperto ma chiaramente positivo, lascia per fortuna intendere che l'intelligenza, unita all'amore e alla stima reciproca, possano riuscire a vincere anche le sfide più ardue.
Buona interpretazione di due interpreti di acclarato calibro, bella e tragicamente "di tutti i giorni" una storia che è assieme normale e speciale.

Locandina del film Giù al Nord, di Dany Boon

Giovedì 14 ottobre 2010 - Stasera la TV è accesa su RaiDue per seguire "Anno Zero", se non altro per contribuire doverosamente a far scattare in alto tutti gli indicatori Auditel a favore di questa trasmissione.
La militanza però ha un limite, e dopo un po', mentre i vari protagonisti proseguono la concione, seguiti soltanto da Gatta Franca rimasta acciambellata nella sua nuova cuccia di lana sul divano, me ne vado nello studio a guardarmi "Giù al nord".
Il film è decisamente carino, e posso capire che sia piaciuto così tanto ai Francesi da essersi piazzato al secondo posto assoluto di biglietti staccati, subito dopo "Titanic".
Il suo remake in salsa italiana, con Carlo Bisio, non ho fatto in tempo a vederlo (spero di recuperarlo al volo la prossima settimana a Mantova, ma temo ormai che sia già fuori programmazione).
La storia mi fa correre la mente alla grande classe di "Totò, Peppino e la malafemmina", quando Totò e Peppino vanno a Milano intabarrati in cappottoni pesanti, col colbacco, e chiedono al vigile di turno "Noio vulevam savuar l'indiriss". Il gioco è appunto quello degli stereotipi sulle differenze tra il Nord e il Sud.
La vicenda è elementare: un direttore delle poste di una cittadina del Sud, per evitare il licenziamento per essersi finto invalido, deve accettare il trasferimento in un ufficio dello sperduto Nord della Francia, dove è sicuro di trovare non soltanto un freddo polare, ma anche un clima umano segnato dalla ostilità e dalla totale chiusura.
Peccato che la realtà sia profondamente diversa: i suoi nuovi colleghi e vicini di casa lo accolgono così bene, che per lui sarà davvero dura ritornare al Sud, dopo tre ani di esperienza.
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Locandina del film Irina Palm, di Sam Garbaski

Sabato 31 luglio 2010 - Giornata di riposo e contrizione da pentimento (dopo i bagordi di ieri): ma lo spazio per un sorriso bisogna pur lasciarselo.
Così, decidiamo di guardarci "Irina Palm", un film che una mia collega mi aveva vivamente consigliato. Il consiglio è stato buono, perché il plot è curioso e delicatamente controcorrente.
Maggie è una signora di mezz'età con un figlio incapace di prendersi cura della famiglia che ha già messo su. In particolare il figlioletto di lui, nipote di Maggie, soffre di una malattia rara, per la quale è necessario un viaggio della speranza in Australia. Ma dove trovare le seimila sterline per il viaggio e il soggiorno?
Maggie non si perde d'animo e si mette alla ricerca di un lavoro quale che sia, accettando di scendere persino negl inferi della perdizione, pur di racimolare il gruzzolo per il nipotino. Attirata da un annuncio di lavoro scritto in linguaggio ambiguo, si presenta in un sexy shop, dove il proprietario le propone di lavorare come hostess dietro ad un glory hole.
In breve Maggie diventa la più richiesta delle "ragazze": la fama per la sua abilità si spande in tutta Londra, al punto che il proprietario del locale la "brandizza" coniando il nome d'arte di Irina Palm.
Con questo film Sam Garbaski ha diretto una splendida Marianne Faithfull, in grado di incarnare gli ideali della donna forte e capace di superare le proprie ed altrui chiusure mentali, senza mai perdere la propria dignitosa compostezza di donna decisa a tutto pur di di giungere dritta all'obiettivo. Un piccolo capolavoro, che non a caso ha vinto in Italia tutti i più prestigiosi premi come migliore pellicola europea: il Globo D’Oro, il David di Donatello e il Nastro d’Argento. Recensioni diverse.

Locandina del film Mine vaganti, di Ferzan Ozpetek

Domenica 9 gennaio 2011 - Domenica pigrissima e al rallentatore. Nessuna voglia di uscire, anche se la temperatura è mite e il richiamo della mostra di Mirò a Pisa è forte. Rinvio Mirò di una settimana, e limito l'uscita al tardo pomeriggio per la cena fuori. Gli extrabonus da spendere oggi sono un bel pacchetto, e quindi a partire da metà mattina mi sintonizzo sulla lunghezza d'onda del gambeinspallaepedalare, per rivedere e correggere due tesi di laurea di cui sono relatrice, predisporre alcuni testi per l'AIB in vista della fine del mio mandato di presidente regionale, regolare on line alcuni pagamenti domestici (ma il Nobel a chi ha inventato l'Internet Banking glielo hanno dato?), rispondere a un sacchetto di posta personale che ho lasciato accumulare nei giorni scorsi, e chissà perché.
Mi prendo comunque il tempo di vedere "Mine vaganti", l'ultimo film di Ferzan Ozpetek, che ho amato molto per "Le fate ignoranti" e "Saturno contro". Moltissimi gli elementi di familiarità con i precedenti film: dalla coralità delle scene, alla centralità del desco familiare, attorno a cui succedono i grandi eventi delle storie narrate.
Ritorna il consueto tema dell'omosessualità maschile, qui riletto in chiave medio-borghese e condito in salsa perbenistico-meridionale.
La storia ruota attorno alla famiglia Cantone, una solida famiglia meridionale che di generazione in generazione ha creato dal nulla e fatto prosperare un pastificio, ora nelle mani di Antonio, il figlio maggiore del pater familias che lo ha ereditato a propria volta dalla madre e dallo zio. L'altro figlio, Tommaso, a Roma a studiare economia e commercio, è destinato ad assumere le redini dell'azienda assieme al fratello, per poi lasciarle nelle mani dei nipoti che col tempo arriveranno. C'è nell'aria, ad inizio film, un cambiamento di assetto aziendale, con l'entrata in scena di un'altra famiglia locale, che oltre ai capitali porta anche la linfa vitale della giovane figlia, una ragazza dall'aria svitata ma di bell'aspetto, che risulta subito candidata a cementare con un bel matrimonio come si deve il nuovo assetto societario.
Ma c'è un problema: Tommaso a Roma non ha studiato economia e commercio, bensì lettere; non vuole assumere la direzione dell'azienda familiare, ma vuole fare lo scrittore; e soprattutto non è l'uomo che il padre si aspetta, ma è un omosessuale. Intenzionato a svelare la tragica verità ad una cena di famiglia, Tommaso viene preceduto dal fratello Antonio, che svela inopitatamente la propria omosessualità, facendo esplodere la tragedia in famiglia: il padre lo ripudia, lo defenestra dall'azienda ma soprattutto lo punisce con un malore del quale gli attribuisce tutta la colpa.
Tommaso, superato in corsa dal fratello, diventa l'unico punto di riferimento per il futuro della famiglia: rinvia il disvelamento della verità, entra in azienda, mette da parte le proprie aspirazioni di scrittore, per rispondere ancora una volta alle aspettative del padre.
La tragedia assume però solo le dimensioni della commedia: il malore del padre non porta alla morte, tutto si può ricomporre, persino il passato tutt'altro che specchiato della nonna che ha dato più relazione al cognato che al marito, per non parlare della zia "strana", i cui comportamenti sono stati dettati tutt'altro che dal rispetto delle regole; e per non parlare della vita di città, fatta di una opulenta facciata dietro la quale si nascondono sanguinosissime battaglie in sedicesimo per salvare la propria immagine ("Troia", "Zoccola": si dicono due rispettabilissime signore super-agghindate nel negozio più chic della città).
Un film divertente, che fa sicuramente pensare ma soprattutto fa sorridere delle nostre piccinerie e delle nostre minuscole paure, che ci trasformano tutti in mine vaganti, sì, ma capaci di esplodere facendo solo un piccolissimo PUF.
Il sito ufficiale del film: http://www.minevaganti.net/
La voce su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Mine_vaganti

locandina del film Il mio amico Eric, di Ken Loach

Martedì 28 settembre 2010 - Mattina a Empoli, dove seguo un interessantissimo seminario sulla rendicontazione sociale, in compagnia di alcune mie colleghe pistoiesi, con le quali condivido il progetto di mettere a punto nei prossimi mesi il bilancio sociale della San Giorgio.
Pomeriggio pistoiese, farcito di riunioni e decisioni, al termine del quale è la volta di volare a Manchester, sia pure, purtroppo, solo con la fantasia. Lo faccio in compagnia di "Il mio amico Eric", un film stranamente "maschile" rispetto ai miei gusti prevalenti.
Eric & Eric sono una coppia perfetta: Eric Bishop è un postino sulla via dei cinquanta e della disperazione, alle prese con due figli disastrati e il ricordo bruciante di Lili, una donna che ha abbandonato trent’anni prima per non affrontare una paternità inattesa. Eric Cantona è il più talentuoso centravanti della storia del Manchester United, un mito che si trasforma, nell’occasione, in una sorta di angelo custode, in grado di aiutare il primo Eric a risollevarsi dal proprio destino. Non c’è niente di più prezioso del gioco di squadra, lascia intendere il campione dello sport, quando dice che il momento più bello della sua vita di calciatore non è stato quello in cui è andato in goal tutto da solo, ma quando ha regalato un passaggio speciale ad un compagno di squadra che poi ha infiammato lo stadio. Ed il gioco di squadra, quello non milionario dei campioni del Manchester, ma quello straccione e sbrindellato degli amici di birre, permetterà a Eric il postino di uscire dalla tragica situazione nella quale il figlio più grande ha trascinato tutta la famiglia. Un inedito Ken Loach, che per la prima volta gioca la carta dell’umorismo surreale, calcando gli spazi della commedia popolare. Una vera scoperta, per me, abituata ad associare al suo nome opere più “impegnate” e seriose.
Recensioni in linea

Locandina del film Mio fratello è figlio unico, di Daniele Luchetti

Giovedì 9 settembre 2010 - Ispirato al libro “Il fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, il film di Luchetti racconta la storia di due fratelli, Accio (Elio Germano) e Manrico (Riccardo Scamarcio), diversissimi ma entrambi sbagliati: l'uno fascista, l'altro comunista; l'uno imbranato con le donne, l'altro capace di farle innamorare tutte; l'uno intenzionato a farsi prete pur di studiare latino, ma poi finito a geometri, l'altro partito come operaio in fabbrica ma poi ammazzato dalla polizia, perché terrorista.
La vicenda dei due fratelli, legati da un odio-amore segnato da calci, pugni e abbracci, si snoda tra il 1962 e il 1975, raccontando in controluce la storia d'Italia tra il boom economico, il Sessantotto e il terrorismo. Il racconto però è sempre intimo e giocato sul piano delle emozioni dei protagonisti, avendo il regista esplicitamente rinunciato all'affresco d’epoca.
Molto bravi Angela Finocchiaro nel ruolo della madre dei due fratelli, Alba Rohrwacher nel ruolo della sorella, e strepitoso Luca Zingaretti nel ruolo di Mario, il venditore ambulante di biancheria che fa da pigmalione al giovane Accio, instillandogli i valori del fascismo. Delizioso anche il cameo di Ascanio Celestini, che interpreta un prete nel seminario dove Accio ha tentato di studiare il latino, per poi scoprire che la sua presunta vocazione religiosa era troppo facilmente messa alla prova da una fotografia peraltro castigatissima della procace Marisa Allasio.
Il titolo del film riprende un verso di una bellissima canzone di Rino Gaetano.
La voce su Wikipedia

Locandina del film I quattrocento colpi, di François Truffaut

Sabato 24 luglio 2010 - Seratona con Truffaut e i suoi Quattrocento colpi.
Si va decisamente sull'impegnato, stasera. Avevamo voglia di un capolavoro, e con questa pellicola siamo andati sul sicuro. Antoine Doinel, alter-ego di Truffaut medesimo, ci regala il sapore acido dell'adolescenza, difficile in ogni epoca e ad ogni latitudine, regalandoci anche scorci mozzafiato di una Parigi ormai scomparsa.
Un'opera di questo spessore si presta a discussioni infinite: lasciamo da parte i contenuti psicologici e sociali che potrebbero farci commettere l'errore di leggere il film solo nella sua dimensione di denuncia verso la famiglia e la scuola ad aiutare i ragazzi a diventare grandi, per addentrarci nei giochi simbolici e anti-realistici che portano a leggere le sequenze come un conflitto non sanato tra libertà e coercizione.

Locandina del film Riprendimi, di Anna Negri

Domenica 27 giugno 2010 - Giornata a tutto riposo dopo una serata finita un po' troppo tardi rispetto alle mie abitudini consuete. Guardo con piacere Riprendimi, il film di Anna Negri che ha rappresentato l'Italia al Sunfestival 2008. Vi si narra una storia a due livelli: quella di una troupe di documentaristi, che sta girando un documentario sul lavoro precario, e quella dei protagonisti della storia, una giovane coppia di precari, con un bambino piccolo, alle prese con i problemi di tutti i giorni: i soldi che non ci sono, il bambino da tenere, la fatica di vivere, e, soprattutto, la enorme e stratosferica stupidità degli uomini, che si fanno impapocchiare dalla prima squinzia scodinzolante, e mollano famiglia, figli, vita precedente, per seguire le istanze preponderanti della propria appendice primaria, peraltro non dotata di cervello.
Uh, che vecchia storia. Quante volte l'abbiamo sentita?
Il film è interessante: il fatto che sia girato con le dvcam ha reso il "falso documentario" più realistico e immediato. Molto bravi gli attori. Un film a bassissimo costo, ma di buon livello.

Locandina del film Saturno contro, di Ferzan Ozpetek

Mercoledì 1 settembre 2010 - Continua la saga serale in onore di Ozpetek, e dei suoi attori preferiti: Margherita Buy, Stefano Accorsi, la grandissima Serra Yilmaz, già incontrati ne "Le fate ignoranti". La storia, di amore e morte, è autenticamente ozpetekiana. Ci ritroviamo gli elementi più cari al regista turco-romano, come l'amore libero dalle standardizzazioni, il tradimento, e soprattutto la forza straordinaria del gruppo: una "noità" che permette ai singoli e alle coppie della storia di sentirsi più forti, di acquisire una solidità maggiore, di esprimersi con autenticità, sapendo che ci sarà sempre qualcuno pronto a correre in aiuto.
I membri del gruppo compongono una famiglia allargata che avvolge, protegge e fa crescere più della coppia ordinaria, più della famiglia normale.
Quando uno dei protagonisti muore all'improvviso, il gruppo si stringe e si compatta attorno al partner rimasto da solo.
Pierfrancesco Favino conferma le sue doti, Ennio Fantastichini è davvero bravo; ma un hurrà speciale va ad Ambra Angiolini (chi l'avrebbe mai detto fosse stata capace di fare qualcosa?).
Il sito ufficiale del film: http://www.saturnocontro.com/
La voce di Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Saturno_contro
Una bella recensione al film: http://nuke.alkemia.com/VistiperVoi/SaturnoContro/tabid/382/Default.aspx.

Locandina del film Si può fare, di Giulio Manfredonia

Domenica 19 settembre 2010 - Dopo un fine settimana così intenso, ho bisogno davvero di riposo e di tempo per riordinare cose e idee. In questi giorni le ore sono volate dietro a mille impegni, e mi fa piacere poter approfittare di questa domenica pigra, dal clima incerto, per rimettere ordine nelle carte di casa, aggiornare il programma della nuova settimana che sta per cominciare, spacchettare con la gioia di un bambino nel giorno di natale un enorme scatolone arrivato da IBS e ricolmo di tanta buona musica e tanti bei libri da leggere.
Nel pomeriggio, mi regalo la visione del film "Si può fare", con un convincente Claudio Bisio nel ruolo di un sindacalista mobbizzato dai propri compagni e spedito a dirigere una improbabile cooperativa di pazzi usciti dagli ospedali psichiatrici in applicazione della Legge Basaglia.
I poveri cristi fanno quello che possono, stretti fra la loro pazzia e dosi da cavallo di sedativi che il medico somministra loro nell'intendimento di controllarne i comportamenti imprevedibili.
Nello, privo di qualunque preparazione psichiatrica (e perciò neppure condizionato dai limiti della cultura ufficiale), scommette su questa manica di pazzi, per trasformarli in veri e propri lavoratori.
Il film mi piace perché rifugge da qualunque soluzione monodirezionale: non è ingenuamente ottimista - prova ne è il suicidio di Sergio-Gigio, uno dei più promettenti lavoratori -, né è tragicamente pessimista: la cooperativa, nonostante tutte le battute d'arresto, va avanti con le proprie gambe, sia pure storte e vacillanti.
In bilico fra tragedia e integrazione, i matti recuperano la propria dimensione più autentica di persone quando le ideologie ufficiali che avrebbero voluto sancire l'una o l'altra soluzione risultano inadeguate nei confronti di una realtà che non si lascia incasellare. Divertente ed assieme commovente, intelligente e delicato: bello da vedere e da consigliare.
La voce su Wikipedia

Locandina del film Tutta la vita davanti di Paolo Virzì Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì

Domenica 13 giugno 2010 - Mi godo un film già visto al momento dell'uscita: confermo tutto il mio piacere per questa puntata del "romanzo" di Virzì, che di film in film racconta la storia di un paese ormai moralmente esaurito e psicologicamente smarrito.
Esilaranti le canzonette motivazionali intonate ad ogni inizio turno nel call center dove le disgraziatissime impiegate a progetto, sempre sull'orlo del licenziamento, sono impegnate a far finta di credersi protagoniste del proprio destino: delle schiave felici, pronte a far gossip sulla propria team leader e a sfoggiare l'ultimo capino di moda, piuttosto che a sviluppare, direbbe il compagno Marx, la propria coscienza di classe.
Splendida interpretazione di Michaela Ramazzotti, che sa fare la svampita meglio di chiunque altra.
Stessa musica per il gruppo dei venditori: disperati ragazzi pronti a vendere inutili elettrodomestici a tutti i membri della famiglia, pur di tenere alto il numero dei contratti andati a buon fine; vestiti e atteggiati come gli yuppies degli anni ottanta, ma ormai fuori tempo massimo.
Un film tragico, con un finale tragico: l'unico possibile in un paese disperato e senza futuro come il nostro. E bravo Virzì.

locandina del film Vuoti a rendere, di Jan Sverak

Martedì 2 novembre 2010 - Giornata di lavoro molto intensa, di quelle nelle quali mi sento spuntare le braccia da ogni parte per rilanciare in aria le palline, evitando che cadano a terra. E oggi ci riesco pure, portando a casa una todolist ESAURITA, con tutte le crocette al loro posto, senza contare le altre cento cose che sono nate nella giornata e che io sono stata chiamata a balire e coccolare. David Allen sarebbe molto orgoglioso di me; peccato che si perda, nella vita, l'opportunità di conoscermi e di sapere come metto in pratica religiosamente i suoi insegnamenti di stuff management (oltre che di time management).
E proprio perché mi sono così tanto data da fare senza combinare guai (almeno così mi è sembrato), ecco che mi voglio premiare. Mi regalo un intervallo di relax con un bel film, che mi guardo con un occhio verso "Ballarò" (no comment sulla storia di Papi che ama le ragazze e che perciò sarebbe migliore dei gay). Jan Sverak dirige il padre Zdebek in una bella storia sulla terza età, che usa il sentimento senza indulgere al pietismo e l'umorismo senza indulgere al grottesco. L'anziano professor Josef, da tutti chiamato Pepa, non ce la fa più ad insegnare in una scuola ormai incapace di trasmettere i valori: non è più felice lì dentro, ma non vuole neppure fare la fine degli anziani che passeggiano per i giardinetti. Si improvvisa così pony-express, per poi finire poco dopo con una gamba ingessata; poi trova un impiego nel reparto vuoti a rendere di un supermercato. Qui non soltanto troverà una nuova forma di felicità, ma guarderà al mondo da un nuovo punto di vista, intervenendo attivamente nella vita di chi gli ruota attorno, ritagliandosi anche uno "spazio giochi" dove dar sfogo ad un rinato desiderio di eros.
Al quarantesimo anniversario di matrimonio, Pepa sorprende la moglie brontolona con un avventuroso viaggio in mongolfiera, dal quale la coppia riprenderà il proprio percorso di vita con un legame rafforzato.
Accettare la sfida di ricominciare, riconoscere la potenza vivificante dei legami familiari e delle amicizie, credere nei propri sogni: questi i valori di un film gradevole e ben riuscito.
Alcune recensioni su internet: http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=55549

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