Maria Stella Rasetti, bibliotecaria |
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I libri di "Bigiù e babà" |
(in ordine alfabetico di autore: mica sono una bibliotecaria per sbaglio...)
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Detto, fatto!, di David Allen
Mercoledì 14 luglio 2010 - Già da alcuni giorni avverto una condizione di spirito particolarmente positiva: mi sento efficiente e nel contempo rilassata; affronto in velocità le diverse problematiche che mi si presentano davanti, senza sentirmi oppressa dal peso delle questioni irrisolte o
delle problematiche a cui non so far fronte. Le azioni di space clearing che già da tempo ho attuato in casa ed in ufficio mi permettono di operare all'interno di un contesto "allineato", poco popolato di "mostri" (arretrati da smaltire, decisioni rimaste sospese, oggetti rotti e inutilizzabili, panni da stirare, prato da falciare). Il flusso scorre velocemente, ed io in esso mi muovo con serenità, concentrazione e focalizzazione. Merito anche di un sistema di "gestione delle cose" che ho messo a punto nel tempo, andando alla ricerca di metodi e tecniche pratiche che sostenessero sul piano operativo la mia esigenza fondamentale di allineare il mio pensiero e le mie risorse, riuscendo a dare il massimo (quale che sia questo massimo) nelle diverse situazioni in cui vengo ad operare, Stasera rileggo volentieri, traendone nuovi spunti di riflessione e approfondimento, il primo libro di David Allen, "Detto fatto!", che ritengo in assoluto il migliore tra i numerosissimi libri che ho letto sulla gestione delle proprie azioni e delle proprie scelte personali e professionali. Non possiamo gestire il tempo, ovviamente, perché ciascuno di noi ne dispone nella stessa misura: 86400 secondi al giorno! Possiamo però gestire le modalità con le quali utilizziamo il tempo a disposizione: e questo fa veramente la differenza. |
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Memorie comuniste, di Renzo Bardelli Oggi è stata una bella e lunga giornata pistoiese. Tra le numerose cose belle che si sono avvicendate tra le otto e le otto, la presentazione in auditorium del libro di Renzo Bardelli "Memorie comuniste", che ho avuto modo di leggere ieri per intero, approfittando del viaggio in treno a Firenze. Renzo Bardelli, ex sindaco di Pistoia, è un personaggio di primo piano nella storia politica e culturale della città negli ultimi quarant'anni; il suo "errore" storico è stato quello di essere un po' troppo in anticipo sui tempi, sostenendo tesi che solo più tardi sarebbero state riconosciute giuste, ma che volta per volta lo hanno condotto su posizioni dichiarate eretiche. Il libro si legge tutto d'un fiato: racconta la storia dell'intellettualità cittadina e in filigrana la storia del movimento comunista italiano e internazionale, alle prese con gli errori del comunismo reale: Ungheria 1956, Praga 1968, Berlino 1989. Il dibattito è stato estremamente interessante: due ore di "storia contemporanea" rivissute attraverso un protagonista locale, accompagnato dalla reinterpretazione storiografica di due esperti. Ho avuto modo di ripensare all'effetto del mito della Russia esercitato anche su di me, ai tempi della FGCI; ricordo gli incontri alle Frattocchie e le lezioni di russo tenute presso il liceo pisano dall'Associazione Italia-URSS. Ricordo le riviste illustrate sulle mirabilie in Unione Sovietica e nella Germania dell'Est. Il russo me lo sono dimenticato quasi completamente, ma riesco ancora a cantare "Fischia il vento infuria la bufera" nella versione originale russa, "Katiuscia", senza sbagliare neppure una parola e con una pronuncia vagamente ucraina: merito dell'imprinting della mia insegnante di russo alla Scuola Normale di Pisa. Altri tempi. Ossignur. |
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La soavissima discordia dell'amore, di Stefania Bertola
Giovedì 23 settembre 2010 - Le giornate si fanno sempre più intense, quasi fosse sempre più difficile tornare a casa la sera. Ma dodici ore al giorno di lavoro bisogna imparare a farsele bastare. La sfida più grande è ritagliarsi un po' di tempo per leggere, un occhio sul libro e un orecchio verso AnnoZero che stasera ha ripreso le danze. Finisco l'ultimo libro di Stefania Bertola, che avevo iniziato in occasione del recente viaggio a Roma, e che purtroppo era rimasto senza compagnia sul tavolino del soggiorno, col suo bellissimo segnalibro della Scuderia del Duca di Amalfi, fermo da giorni a pagina 209. La Bertola è un po' la Kinsella italiana, ma scrive meglio, è più "sanamente provinciale" e autentica, nella sua leggerezza, rispetto ai precotti tutti uguali, come hamburger McDonald, tipici della produzione americana. Gli ingredienti bertoliani si riconoscono al primo colpo: amicizie al femminile, disastri al maschile, umorismo surreale, conditi in salsa torinese al sapore shakespeariano. Sulle disgrazie piccole e grandi di ogni giorno, vincono, ciascuna a proprio modo, Agnese (che ha lasciato il fidanzato in Cina, visto che il tipo si è innamorato di due sorelle e vuole sposarsele), Teresa (che si appresta a sposarsi col fidanzato di una vita, anche se vorrebbe fare tutt'altro, e non trova il verso di mandare tutto a monte), Margherita (che ha rinunciato ad un amore serio per correre dietro ad un violoncellista donnaiolo), Emilia (che non apprezza il piccolo particolare che il marito, medico in Africa, si sia fatto un'altra famiglia da quelle parti). Libro godibilissimo e ben scritto, capace di strappare sorrisi e regalare un paio d'ore di ricarica all'umore. Intervista radiofonica all'autrice: http://www.radioalt.it/radioalt/news.asp?id=772 Intervista su RaiLibro: http://www.railibro.rai.it/interviste.asp?id=66. Io ho letto tutti i libri della Bertola, ma mi rendo conto solo adesso di trovare in rete solo due mie recensioni, per A neve ferma e per Se mi lasci fa male: dove saranno finite le altre? Mah. |
| Io non lavoro, di Serena Bortone e Mariano Cirino
La settimana si presenta nella versione "a tutto fuoco", con ipotesi di ritorno a casa mai prima delle 20. Oggi la to do list era di due pagine A4, e sono riuscita quasi ad esaurirla: sono mancate solo 2-3 crocette, che però sono state compensate dalle tante attività che sono venute su nel corso della giornata, perché anche "il resto del mondo" la sua la vuol dire, e non si dà pena di chiedere permessi alla mia lista. Serata di riposo, dunque, all'insegna del recupero energetico. Il mostro nero è diventato un po' più amico: internet funziona, la stampante funziona, leggo la posta, sia pure solo dal web. Per il ripristino di Outlook e il recupero della posta pregressa ci sarà da aspettare ancora, ma mi consola molto poter verificare che il peggio tecnologico è passato. Mi dedico dunque alla lettura di "Io non lavoro. Storie di italiani improduttivi e felici", mentre in TV sulla 7 Gad Lerner sta parlando appunto di lavoro che non c'è, ma da ben altri punti di vista. Il libro l'avevo comprato allo Spazio di via dell'Ospizio qualche settimana fa, mossa dalla curiosità e dallo stupore: è possibile vivere senza lavorare? Esiste una vita degna che non sia legata al lavoro? E' possibile costruirsi una identità personale sostenendola con altro che non sia il lavoro (famiglia a parte)? Domande strambe per una come me, che dopo una settimana di ferie comincia a provare nostalgia dell'ufficio e telefona a tutti chiedendo "Ma quanto vi manco?". Che ha avuto il privilegio e la fortuna di fare un lavoro amatissimo, e perciò vissuto più come forma alta di espressione che come strumento per l'acquisizione di un reddito. Non sono la lettrice giusta di un libro così, che pure la sua fortuna l'ha avuta nelle settimane di fine estate seguite alla sua uscita, e che ha giustamente fatto parlare di sé. Le storie vere qui raccolte narrano comportamenti e scelte sicuramente inusuali e soprattutto "difficili": chi fa la scelta di rifiutare il lavoro non è un disoccupato alle prese con un "buco" biografico da colmare al più presto possibile, ma fa i conti con la necessità di costruire la propria identità su basi diverse da quelle consuete, adottare comportamenti di consumo meno condivisi e apprezzati, e soprattutto rapportarsi con il giudizio di chi corre come un pazzo dalla mattina alla sera, perché - appunto! - lavora per vivere. Il fannullone professionista non è un bamboccione che prolunga finché può il tempo dell'irresponsabilità, contando sul sostegno economico dei familiari (che lavorano o hanno lavorato al suo posto, per poterlo mantenere): è un soggetto che ha scientificamente adottato un percorso di vita completamente diverso da quello "normale". C'è una "coerenza" in una scelta di questo genere che va quanto meno rispettata. Ma, dopo l'assaggio, il mio spirito stakanovista dice "no, grazie, tenetevi il vostro mondo privo di conflitti e il vostro tempo tutto per voi; tenetevi le vostre giornate in cui decidete cosa volete fare senza farvi condizionare da fattori esterni. Non avete idea di quanta gratitudine si possa provare nel sentirsi stanchi, la sera, dopo avere collocato il proprio minuscolo mattoncino nella costruzione del mondo". In passato mi sono molto interessata alle storie di persone che hanno scelto il rifiuto di alcuni comportamenti difficilmente messi in discussione: penso a Meglio senza di Eric Brende, oppure a Vivere senza soldi di Heidemarie Schwermer. Ho in qualche modo compreso le ragioni di chi ha provato a vivere senza tecnologie e senza soldi, scoprendo forse una dimensione diversa della vita. Ma senza lavoro no: non sono in grado di confrontarmi con questo paradigma. Decisione finale dopo la lettura: regalo il libro alla San Giorgio. A qualcuno piacerà sicuramente. Nella mia biblioteca personale un libro del genere non si sentirebbe a casa. |
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Una settimana all'aeroporto, di Alain de Botton
Martedì 5 ottobre 2010 - Parto da Chieri in orario antelucano, per poter raggiungere in treno Torino in tempo
per prendere l’eurostar delle 8.44 da Porta Susa. Non posso attendere oltre, perché
l’agenda mi ricorda che i primi appuntamenti pistoiesi sono fissati per le 14.30,
secondo una fitta sequenza che mi condurrà rapidamente a fine giornata. Ho lasciato la Musa a casa, venerdì scorso, ed in assenza di vetture da teletrasporto, devo mettere in conto altre due ore e mezzo di treno per tornare a casa. Per fortuna la valigia è leggerissima: tutti i materiali che l’avevano resa intrasportabile sono rimasti a Chieri, nelle bramose mani dei colleghi che hanno partecipato al corso! Il sovradosaggio odierno di Trenitalia mi permette di godermi non soltanto qualche dormitina fuori programma, ma anche un po' di lavoro extra, grazie al prezioso aiuto del piccolo Sony Vaio che porto sempre con me, e persino la lettura di un libro curioso e interessante, "Una settimana all'aeroporto", che ho preso in prestito martedì scorso alla Biblioteca di Empoli. Il libro, scritto da Alain de Botton, uno scrittore quarantenne, svizzero di nascita ma inglese di adozione, è il diario di una settimana di “lavoro letterario” trascorsa all’interno del Terminal 5 dell’aeroporto di Heathrow, durante la quale l’autore ha restituito sulla carta il caleidoscopio di vicende personali che si sono incrociate durante i transiti all’interno dell’hub londinese: storie di abbandoni e di incontri, di speranze in un altrove desiderato e di paure per ciò che ci aspetta al rientro a casa. Lo scrittore è bravissimo nel regalare un’anima ai gesti antichi delle tante persone incontrate nella grande cattedrale che celebra lo spettacolo della modernità: quei gesti lasciano immaginare tante storie personali, che raccontano con accenti diversi, ma sempre struggenti, la fragilità della condizione umana, resa ancora più evidente dal contrasto con la superba aggressità delle architetture super-tecnologiche. La ricerca di una intima complicità tra lettore e autore, di una condivisione “quasi tra amici” di riflessioni garbatamente ironiche sull’avventura quotidiana della vita, fuori e dentro l’aeroporto, sono gli ingredienti riusciti di questo piccolo réportage letterario, in grado di far risuonare la voce originale della letteratura in tutta la sua forza di scienza degli esseri umani. |
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Sposerò Berlusconi, di Nicola Cinquetti
Domenica 1 agosto 2010 - Cominciato e finito in un lampo. Merito di uno stile fresco e leggero, di una storia
che suscita tenerezza ed allegria. Protagonista è Noè, un quindicenne alle prese
con tutte le difficoltà dell'adolescenza, che esplodono miscelandosi con la timidezza e con
l'adorazione non corrisposta per una bellissima ma irraggiungibile compagna di classe. Conquistarla non è facile: lei è alla moda, spigliata, corteggiata da tutti, destinata sempre al successo. E' naturalmente suo il ruolo di Giulietta quando a scuola si organizza la recita del dramma shakespeariano; e il Nostro non potrà certo aspirare a recitare la parte di Romeo per poter catturare la sua attenzione. Così, ascoltata per caso una conversazione nella quale la ragazzina esprime la sua ammirazione per il Presidente del Consiglio, ricco, potente e furbo, Noè si inventa un regalo speciale per lei, che chiamerà in causa Berlusconi in persona. O qualcosa di simile. Il libro è presentato come rivolto ai ragazzi (Cinquetti è in effetti un insegnante ed un autore per l'infanzia); ma il libro si presta ad essere letto anche dai grandi, magari proprio da coloro che hanno figli adolescenti e vogliono attivare con i propri ragazzi un contatto che non sia meramente "di servizio" ("Hai preso il casco?", "Ancora vuoi dei soldi?"). Recensione di Fuorilegge Recensione su Mangialibri |
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Più risultati in meno tempo, di Gianluca Gambirasio
Mercoledì 16 giugno 2010 - Non è facile trovare il tempo di leggere, dopo dodici ore filate passate in ufficio, e due ore d'auto (ma per fortuna c'è Mario Biondi con me!): la famiglia, Gatta Franca, la lavatrice reclamano tutte un po' della mia attenzione residua. Ma questa volta il tempo devo proprio trovarlo, perché il libro che ho preso in prestito nella mia amatissima biblioteca di Empoli (ciao ragazzi!) è un libro che si propone di spiegare come guadagnare tempo: "Più risultati in meno tempo. Come migliorare la gestione delle proprie attività lavorative". Con un titolo così, impossibile resistere. Ma Gianluca Gambirasio, autore del libro, si ricorderà che nella realtà vera (non quella scritta sui libri) il concetto di priorità si è sciolto come l'idrolitina nell'acqua? Ha idea che ciò che io considero meno importante è assolutamente decisivo per l'interlocutore che ho di fronte, e che magari è pronto a distruggere la mia reputazione professionale giusto perché non ho aderito alla sua scalettina di priorità? Lo sa, lo sa. E menomale. Ma ci intravedo un messaggio per certo aspetti confliggente con quello che lunedì ci ha proposto la Venturi: andare dritti al punto, lasciando da parte tutto quanto non concorra direttamente al business. Ciò che conta sono i risultati raggiunti, non il vento che abbiamo smosso nell'agitarsi di qua e di là. |
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Perdersi, di Lisa Genova
Lunedì 27 settembre 2010 - Mattina pistoiese bella piena di riunioni e contatti, che mi fanno rientrare alla base della San Giorgio senza nemmeno il tempo di aprire la posta elettronica. Via a Firenze per la sessione d'esami di biblioteconomia, con 11 ragazze e 1 ragazzo (sì, anche un ragazzo!) pronti a tutti i giri di parole pur di strappare un buon voto. Riesco a passare anche da Poggi, dove ritiro i tovaglioli francesi finalmente arrivati da Parigi a Firenze, dopo l'ordine che avevo fatto ad inizio agosto. Sera a Empoli, dove ceno con un collega che stimo molto, e che mi regala un paio d'ore di compagnia di altissimo livello. Il collega è in zona per un corso di formazione, ed è per me un vero piacere poter condividere riflessioni, dubbi e entusiasmi su una professione che entrambi amiamo molto, anche se la esercitiamo su fronti diversi: lui sul fronte squisitamente accademico e della ricerca, io su quello dell'operatività quotidiana. I movimenti in treno durante la giornata mi permettono di portarmi molto avanti con la lettura di Perdersi, il libro della neuropsichiatra italo-americana Lisa Genova che ho comprato sabato scorso a Pistoia, e che mi ha molto coinvolto, al punto che, tornata a casa oltre le undici, mi trattengo ancora per raggiungere la fine della storia. Il libro chiama in causa una delle mie paure non troppo segrete: quella che dietro le ormai frequenti e innocue dimenticanze di ogni giorno (una telefonata non contraccambiata, una e-mail non spedita, un ombrello dimenticato da qualche parte o un appunto smarrito nel mare magnum della scrivania) ci sia qualcosa di più grave del tempo che passa, della fatica che si fa sentire, dell'overload informativo che trabocca dalle nostre vite sempre più intense. E' la paura dell'Alzheimer: una malattia che ha colpito la mia famiglia e che so che potrebbe colpire anche me. Una malattia che, per le sue caratteristiche e la sua evoluzione, è da considerarsi il peggior modo per terminare la propria esistenza. La storia narrata nel libro è quella di una psicologa cognitiva docente ad Harvard, impegnata ai più alti livelli della ricerca scientifica e della didattica, che si ritrova a registrare mese dopo mese - al pari di un esperimento di laboratorio - la perdita delle sue capacità cognitive e, con esse, della sua identità di persona ricca di relazioni e contatti pieni di significato. Il libro racconta una vicenda tragica, ma con tratto leggero, con rispetto, con attenzione: con quella cura che si deve a chi continua ad avere valore anche se non è più "utile", cessa di esercitare un ruolo produttivo ma necessita di attenzioni aggiuntive da parte delle persone care, perché non è più in grado di prendersi cura di sé. Il libro si fa leggere tutto d'un fiato, offrendo al lettore l'occasione per riflettere, sia pure per un momento, sui fondamentali e sulla fragilità della condizione umana. Un commento di Maria Bonaparte: http://www.famigliacristiana.it/costume--societa/Cultura/Letto/articolo/alice-l-amore-oltre-le-parole.aspx |
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Il grande bisogno, di Rose George
Torniamo a San Benedetto Po, nella splendida abbazia benedettina già visitata lunedì scorso, per il seminario di “restituzione”, con il quale si conclude il lavoro di analisi su come e che cosa comunicano gli spazi delle biblioteche esaminate nella provincia di Mantova. Nella serata di ieri ho riordinato le numerose foto scattate nelle diverse sedi, selezionando quelle che mi sono sembrate più significative rispetto ai “valori” che le biblioteche comunicano attraverso l’organizzazione dello spazio. Non si è sempre pienamente consapevoli dell’impatto comunicativo di uno scaffale, di una sedia o di un cartello: il lavoro condotto con le colleghe si pone proprio l’obiettivo di accrescere la capacità critica nei confronti di questa importantissima dimensione comunicativa del lavoro, una dimensione fortissima anche se in parte inconsapevole e non governata. Le risultanze ci portano a stendere un piano di lavoro molto interessante, che ci vedrà impegnate “a distanza”, tramite i potenti mezzi dei social network: continueremo a confrontarci assieme, scambiandoci fotografie, commentando gli interventi prodotti e verificando che tutti i “compiti per casa” assegnati vengano svolti nei tempi concordati: una bella sfida per tutte noi, una sfida capace di accrescere i nostri entusiasmi e la voglia di farcela! Mi appresto a rientrare a casa nel primissimo pomeriggio, con gli occhi e il cuore pieni di idee, immagini, spunti di riflessione: questi quattro giorni di ferie sono stati davvero intensi e motivanti. Nel lungo viaggio di ritorno, punteggiato da cambi frequenti ma per fortuna non funestato da alcun ritardo di FS, mi dedico ad una lettura sicuramente off-topic: un lungo saggio sulla cacca. Il libro è di straordinario interesse, oserei dire appassionante. Ma come si fa ad appassionarsi della cacca? Semplice: perché la cacca, da fatto squisitamente privato si trasforma in questo libro in fenomeno sociale, culturale ed assieme urbanistico e politico. L’evoluzione umana può essere letta come un percorso di trattamento della cacca: dal deposito casuale in strada fino ad arrivare agli straordinari apparati di filtraggio che caratterizzano le metropoli contemporanee, attraversate da migliaia di chilometri di fognature. Il mancato trattamento della cacca porta ogni giorno alla morte di un numero di esseri umani molto superiore a quello causato dalle guerre o dall’HIV: quando l’acqua da bere si contamina con le feci, ecco che si presenta il colera e la dissenteria. Nell’occidente evoluto la diarrea è un fastidio che si cura con una pastiglia, in Africa è una delle prime cause di morte dei bambini. E tutto per colpa della cacca che si mescola all’acqua da bere. Interessantissima, poi, la storia dei gabinetti: i giapponesi hanno inventato i water con la ciambella riscaldata e gli spruzzi di acqua e di aria calda; gli occidentali usano invece la carta igienica, metodo sicuramente meno efficace per pulire. Dietro c’è una diversa cultura della pulizia e del rispetto del corpo, che il libro illustra con maestria e grande piacevolezza. Tra le esplorazioni nelle fogne di New York e le interviste ai produttori di WC riuniti nei raduni internazionali sui gabinetti, il libro permette di compiere una avventura straordinaria attraverso un argomento assolutamente “democratico” nell’appartenenza, ma estremamente discriminante negli effetti finali. “Il grande bisogno” di Rose George è un libro davvero straordinario. Buona cacca a tutti! |
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La schiuma sul cappuccino, di Maeve Haran
Mercoledì 10 novembre 2010 - Per prima cosa mi ha conquistato la copertina, che riproduce un dipinto di Folon. Tutte le volte che guardo le opere di Folon mi riconcilio col mondo. Poi mi ha incuriosito il titolo, che mi ha richiamato ad un piacere mattutino al quale non rinuncerei per nessun motivo al mondo. Poi è stata la volta del sottotitolo ("e altri piaceri che possono salvare la vita"), che mi ha fatto pensare che c'è qualcun altro, oltre a me, che pensa che il bello della vita possa passare attraverso piccole cose quotidiane. Ho preso in prestito il libro ieri alla San Giorgio, e oggi l'ho già finito. In realtà i libri letti oggi sono due, grazie ad un viaggio in treno da Cascina a Firenze, senza passare per Pistoia, per recarmi ad una riunione di lavoro, e ad un pomeriggio in gran parte trascorso tra le mani (in senso non figurato) di Rudi, il mio mitico hair stylist. Dunque, una dose straordinaria e forse irripetibile di tempo libero ma nel contempo obbligato, nel quale la lettura è risultata un vero toccasana. "La schiuma sul cappuccino" si legge in un'oretta: è un Bigiù e Babà in versione Piemme (vabbè, non esageriamo). Come Bigiù e Babà, questo libro parla di cose piccole e piccolissime che fanno scaldare il cuore, in una giornata spesso impegnativa e difficile. Ma nel libro della Haran i piccoli piaceri sono descritti in un repertorio, e non nella forma di diario come qui. Mi ritrovo in molti dei piaceri proposti: comprare un mazzo di fiori freschi, accendere le candele in casa, andare dal parrucchiere, andare a letto presto: tanti piccoli miracoli che sono capaci di salvare una giornata andata storta, farci riconciliare col nostro destino, restituirci la serenità che abbiamo perso correndo dietro ai troppi impicci quotidiani. |
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Via la polvere dalla casa e dalla mente, di Karen Kingston
Giovedì 11 novembre 2010 - Novembre è un mese di quelli tosti. Anzi tostissimi. Menomale che fa trenta, e non trentuno, così si soffre un po' meno. A Pistoia piove a dirotto, ma c'è da dire che a Pistoia piove tutto l'anno, anche a luglio. Sennò tutte quelle belle piante nei vivai ditemi voi come farebbero a venir su belle ringalluzzite, e svettanti verso il cielo. La pioggia accompagna gli umori degli umani, rendendoli tutti più disponibili alle laiche coltellate che non alla cristiana comprensione. E quindi le giornate sono complicate, e le liste delle cose da fare si allungano ad una velocità ben superiore a quella con la quale riesco a vergare le crocette di soluzione. Scendendo dal generale al particolare, con leggiadria analitica, devo ammettere che il mio umore ha saputo fare di meglio, in altri giorni, ma oggi non gli posso chiedere più di tanto. Menomale a salvarmi dalle paturnie serali sul divano, c'è un mio caro amico e collega che mi invita a cena, in un ristorantino nel pisano che non conoscevo, allo scopo di condividere lamentazioni formato maxi su tutti i nostri casi della vita professionale. Insomma, una vera seduta terapeutica di sfogo dopolavoriale in perfetta modalità stereo, che ci riconcilia col mondo, merito anche di certi tagliolini al tartufo che avevano il loro perché. Torno a casa non troppo tardi, o comunque troppo presto per andare a letto: così, mi sdraio sul divanone ad angolo della Ferilli, Gatta Franca si piazza in grembo ronfando, e io mi spupazzo il libro di Karen Kingston "Via la polvere dalla casa e dalla mente". Parole sante, anzi: santissime. Disordine materiale, disordine spirituale, disordine emotivo. Caspiterina che argomenti per le undici di sera. Faccio un rapido bilancio della situazione della mia casa, che è molto bella e molto ordinata, piuttosto minimal e senza accumuli. Ma ci sono alcune cose non perfettamente funzionanti, che non trovo mai il tempo di far riparare. E il garage è un refugium peccatorum, ingombro di oggetti che voglio buttare via: liberare lo spazio rinfrancherà sicuramente il mio spirito. Il lavoro da fare è molto, e soprattutto devo conciliarlo con altre impegnative attività domenicali: comincerò con piccole dosi di 2 ore a settimana. A natale forse qualche risultato positivo potrò sperare di regalarmelo. |
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I love mini-shopping, di Sophie Kinsella
Lunedì 13 settembre 2010 - Giornata al fulmicotone, dopo il rientro dalla Germania. Sfidando le leggi della fisica, ho compresso le attività di una giornata lunga dentro una giornata corta, in pieno stile "78 giri", per poi fiondarmi a Firenze, dove ho tenuto la mia brava sessione di esami all'università. Le studentesse si erano preparate abbastanza, e non mi hanno fatto penare. Ma povera me, che da via Laura sono dovuta tornare in stazione sotto la pioggia e da lì raggiungere Pistoia per riprendere la Musa e tornare a casa. Giusto in tempo per un'occhiata a "Otto e mezzo" sulla Sette, che è ripreso stasera (menomale!), prima di chiedere asilo politico al super-divano del soggiorno, che non critica mai i miei gusti letterari, e che stasera mi permette di terminare "I love mini-shopping", iniziato durante la trasferta tedesca. L'ultimo nato di casa Kinsella è in linea con i fratellini maggiori: Becky è la solita scemunita incapace di un pensiero intelligente che sia uno, tutta presa dalla sua passione per le scarpe, le sciarpe, le borse e qualunque altro capo d'abbigliamento in grado di promettere un micron di felicità. Ed è chiaro che, nell'immedesimarsi nelle vicende rutilanti di questa Oca Giuliva, ci si diverte un sacco, se non altro perché ci sentiamo al confronto dei pozzi di sapienza e di intelligenza. La Demente si comporta come suo solito, sbavando di fronte ad ogni accenno di glamour; ma in più deve fare i conti con due novità significative: la nascita della figlia Minnie, che pare abbia preso tutti i suoi difetti, e la crisi economica, che la costringe a limitare le spese e a indossare i vestiti addirittura per più di una volta dopo l'acquisto (ah che tragedia!). Ma come si fa a non usare la carta di credito quando si vuole organizzare una mega-festa a sorpresa per quel tontolone del marito? Becky sa come si fa. Il brano che mi è piaciuto: "Da quando c'è Minnie ho imparato che l'Occhiata Mamma è persino più spietata dell'Occhiata Manhattan. Con l'Occhiata Mamma, ti squadrano da capo a piedi per valutare fino all'ultimo penny il costo dei tuoi vestiti. E non solo. Passano in rassegna anche gli abiti di tuo figlio, la marca del passeggino, la borsa dei pannolini, il tipo di merendina e se il pargolo sta sorridendo, urla o ha il moccio al naso. So che è un bel po' di roba da cogliere con uno sguardo in un secondo, ma credetemi, le madri sono multitasking". La voce Sophie Kinsella su Wikipedia Per visionare un video della Kinsella: http://www.pinkblog.it/post/7023/chick-lit-torna-sophie-kinsella-con-i-love-mini-shopping La philo-Sophie dello shopping |
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La ragazza fantasma, di Sophie Kinsella
Venerdì 23 luglio 2010 - L'autrice è di quelle che io non ho esitato a inserire nel mio empireo personale, sia pure nella categoria meno aristocratica della letteratura d'evasione al femminile. D'altronde, non si può mica essere sempre dure e pure, impegnate a migliorare il mondo e a renderlo più serio e affidabile! Credo di avere letto quasi tutti i libri di Sophie Kinsella, a partire dalla saga infinita di I love shopping, I love shopping a New York, I love shopping in bianco, I love shopping con mia sorella, I love shopping per il baby". E oltre la saga mi ero divertita, anni addietro, anche leggendo Sai tenere un segreto? e La regina della casa. Ho preso in prestito alla San Giorgio uno dei pochi titoli che mi mancano all'en plain kinsellesco: "La ragazza fantasma": niente shopping-tormentone (che però è il mio preferito), ma un divertente incontro-scontro tra una giovane alle prese con un impegno professionale un po' troppo difficile per lei e il fantasma di una sua prozia recentemente passata a miglior vita. Lo stile è brillante, le pagine scorrono velocemente, una dopo l'altra. Siamo anni luce dalla buona letteratura, ma il 23 luglio è tempo di riposarsi sul divano nuovo, al fresco dei miei Mitsubishi accesi a palla. Intervista all'autrice |
![]() | I dolori del giovane walter, di Luciana Littizzetto
Domenica 12 dicembre 2010 - Domani comincia la settimana di passione. Succederà *tutto* nei prossimi tre giorni, e perciò mi appresto a trascorrere una giornata destinata a prepararsi a questo tutto in arrivo. Quanto meno dando una bella riorganizzata alla lista delle urgenze urgentissime, a quella delle urgenze prioritarie, a quella delle urgenze emergenziali e a quella delle urgenze assolute. Solo all'idea di fare ordine nel bailamme mi viene da immaginare che già oggi sarà una giornata dura, di quelle in cui la prevalente sensazione di gratitudine e felicità per avere estratto dal bussolotto del destino una pallina col numero fortunato cede il passo almeno per tre secondi di fila ad una domanda cosmica: Ma perché non ho fatto la commessa all'Upim. Passati i tre secondi, ovviamente ringrazio Dio, Buddha, Mao Tze Tung e tutti i santi di tutti i paradisi, in puro stile interculturale, per essere proprio io-me, né una virgola di più né una virgola di meno, e pianifico subito un cambio di programma. Sveglia alle otto, colazione comme il faut, poi sessione di lettura, con Gatta Franca sulle ginocchia a fare ron-ron, del nuovo libro di Luciana Littizzetto "I dolori del giovane walter". Per una piuttosto allenata come me, basta un'oretta, oretta e un quarto per un da cima a fondo che mi diverte e mi rilassa. La Littizzetto conferma appieno le sue doti di scoppiettante giocoliera delle parole. Letta una pagina, lette tutte, ma è ovvio che non sto facendo una lettura letteraria. Mi sto solo portando avanti col divertimento, visto che da oggi e per un'altra decina di giorni i topolini che transiteranno nel mio campo visivo saranno tutti dello stesso colore dell'adorato Kermit. |
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Diario semiserio di una redattrice a progetto, di Sara Lorenzini
Giovedì 5 agosto 2010 - Il titolo e la copertina mi avevano fatto pensare ad un libro estivo, appartenente a
quella chick lit di qualità medio-bassa che ogni tanto leggo perché mi diverto a
mescolare i diversi registri stilistici e mi piace saltabeccare dall’alta alla bassa
letteratura. Invece il libro è convincente e tutt’altro che superficiale.
Niente di assimilabile al classico romanzetto della giovane precaria che quando è in
crisi col fidanzato non la pianta più di parlarne con le amiche del cuore. Gli
ingredienti della chick lit però ci sono tutti: le amiche impiccione, il fidanzato che
dovrebbe essere per sempre, l’amante per sbaglio, il lavoro precario, una famiglia che
dio ce ne scampi e liberi. Per non parlare del telefonino sempre acceso, dei continui
sproloqui su Facebook, della ricerca disperata della gonna giusta e della scarpa
perfetta. Ma nonostante ciò siamo lontani anni luce, per nostra fortuna, da Bridget
Jones e compagnia. Secoli luce lontani, per nostra stra-fortuna, da quelle cretine
cosmiche di Sex and the City. Sarà perché l’autrice è italiana, sarà perché magari
le è venuta la fissa non tanto di fare soldi facili quanto di provarci a scrivere
qualcosa di “profondo”, anche se con spirito lieve. Sarà come sarà, ma il romanzo
convince e coinvolge, regalandoci una storia di amicizia e solidarietà tra donne
davvero autentica e sincera. Un gruppo di mutuo soccorso così vorremmo averlo tutte a disposizione, quando gli uomini ci tradiscono, ci abbandonano o semplicemente ci dimostrano di essere ciò che sono, e non ciò che desidereremmo tanto che fossero, nonostante le molte evidenze contrarie. Un libro estivo, con tanto di lieto fine, che però sbaglieremmo ad inserire nella lista degli usa, getta e dimentica. Mi fa piacere essermi presa un po' di tempo stasera, dopo una giornata di lavoro davvero molto impegnativa, che sembrava non dovesse finire mai, per completare questa lettura avviata nei giorni scorsi, e portata avanti in velocità grazie alla "occasione" del viaggio in treno di ieri. |
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Nessuna è perfetta, di Giuliana Maldini
Giovedì 2 settembre 2010 - Alla Cartolibreria San Giorgio durante uno dei lunedì sera di apertura straordinaria d'agosto,
ho comprato un librettino che mi aveva subito conquistato dal titolo: "Nessuna è perfetta". Con queste premesse,
ditemi voi come facevo a non comprarlo. Stasera me lo sono letto tutto d'un fiato, subito dopo essere tornata a casa dopo una giornata che oserei definire da salto mortale triplo carpiato. L'effetto è stato quello di un wodka lemon, con molta wodka e poco lemon: ma per fortuna lo sballo è stato rigorosamente analcolico! Non conoscevo la sua autrice: Giuliana Maldini, una disegnatrice satirica "femminista" (si potrà dire?) con la fissa sui gatti (e questo me la fa piacere ancora di più). Le vignette raccolte nel libretto sono esilaranti: tutte da piangerci sopra tanto sono vere, verissime, stra-vere. Noi donne siamo proprio delle coglione, e la Maldini ci ritrae nei momenti in cui esercitiamo questa competenza a livelli d'eccellenza: quando vorremmo essere diverse da quello che siamo (impossibile), quando vorremmo che gli uomini fossero diversi da quello che sono (impossibilissimo), quando facciamo shopping e poi ci pentiamo di avere fatto shopping (ossignore)... Una breve scheda sulla Maldini: http://www.lfb.it/fff/umor/aut/m/maldini.htm, che è anche pittrice e scultrice di fama internazionale. La sua "mucca" alla Cowparade 2010 di Roma è strepitosa! Negli ultimi tempi mi sono dedicata a letture decisamente easy. Devo leggere roba un po' più impegnata, più triste, più difficile, più complessa... Altrimenti mi rovino la reputazione, e passo da signora dai gusti letterari discutibili. E cominciano a sparlare di me. E poi non mi invitano più nelle giurie dei concorsi di narrativa. Vabbene vabbene vabbene: appena posso prendo in prestito alla San Giorgio un bel tomo di stechiometria, e pareggio la partita. Sì, decisamente un’ottima scelta. Brava. Voglio vedere se qualcuno si mette a dire che la stechiometria non è roba seria. Nessuno oserebbe neppure sorridere a proposito dei rapporti molari con cui le sostanze chimiche reagiscono. Nel frattempo, col mio bel tomo sottobraccio, in bella vista come fosse una Kelly di Hermès, mi aggirerò nella Galleria centrale della San Giorgio con aria compunta e focalizzata, aspettando che sia disponibile per il prestito "I love mini-shopping" della Kinsella, per potermi rifare la bocca. |
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Basta!, di John Naish
Giovedì 16 dicembre 2010 - Anche oggi è stata una giornata in versione XL: a casa solo dopo le venti, con alcuni buoni risultati incassati e molta energia spesa. Devo ammettere che questi sono giorni intensi, dove l'affastellarsi della sequenza tra domande e risposte mi induce a registrare alcune dimenticanze di troppo: una parola spesa con un collega, e completamente dimenticata, un impegno preso con il mio amatissimo parrucchiere per le 19 di questa sera, e completamente "padellato" senza aver avuto neppure la buona creanza di avvisare. Dimenticato, cancellato, eraso. I miei neuroni stanno rapidamente trasformandosi in melma putrescente, oppure sto richiedendo troppo alla povera, vecchia Stella? Spero proprio che l'ipotesi n. 2 sia quella giusta, perché la prima mi suona decisamente più problematica. Posso immaginare che la mia mente sia una sorta di hard-disk di vecchia generazione, non eccessivamente capiente, con un batch che sovrascrive in automatico le nuove notizie su quelle vecchie, causando inevitabili quanto indesiderate cancellazioni. Più che l'età, voglio sperare che la causa di queste frequenti cancellazioni di memoria sia la stanchezza, con tutto il suo codazzo di parenti in visita: affaticamento, disagio per la sovrabbondanza di stimoli, desiderio implicito di sparire per un po' in Madagascar, e chi s'è visto s'è visto. Stasera mi dedico a esercizi di decompressione, a coronamento di una settimana che forse è stata quella a maggior tasso di pressione dall'epoca della nascita di Bigiù e Babà. Distesa sul divano con Gatta Franca sdraiata accanto a me, mi dedico alla lettura di un libro che risponde ai miei valori più forti: quelli della ricerca di una dimensione più ecologica e sostenibile delle diverse istanze della vita personale. Ho tra le mani "Basta" di John Naish, giornalista del "Times" esperto di stylelife, che tratta dell'eccesso di informazioni, cibo, roba, lavoro, opzioni, felicità e sviluppo nella società occidentale. Il libro illustra gli effetti nefasti della filosofia della crescita a tutti i costi (anche a costo dell'esaurimento delle risorse del pianeta e dell'esaurimento dei nostri nervi), contrapponendovi un quadro valoriale segnato dalla ricerca dell'equilibrio. Non si tratta, ovviamente, di "accontentarsi" ("Vulpes alta in vinea uvam adpetebat..."), ma al contrario si tratta di apprezzare il senso del limite, per allinearlo ai nostri bisogni autentici, e non a quelli indotti dalla logica della produzione. Mi sento di condividere ogni sua osservazione: siamo schiavi di un eccesso di stimoli a cui rispondiamo come allocchi, sentendoci obbligati a sostituire automobili che vanno benissimo, cellulari funzionanti, scarpe ancora perfette, semplicemente perché speriamo di sentirci migliori a comprare un'auto nuova ogni due anni, se maneggiamo un cellulare di ultima generazione o se ci abbigliamo secondo i dettami dell'ultima moda. Il fatto è che auto, cellulari e scarpe non sono capaci, poverini, di operare un miglioramento che è solo nelle nostre mani: e così ci ritroviamo case pienissime di roba acquistata nella vana speranza di acquietare le nostre paure e alimentare la nostra autostima. Ciò che abbiamo alimentato davvero è solo il mercato, che se ne strafrega del nostro sentimento di benessere. Comprendere questo meccanismo significa diventare pessimi consumatori, ed in generale accettare di essere malvisti da tutti coloro che credono che lo sviluppo sia un bene, sempre e comunque. Non è una posizione comoda: rompere l'equazione felicità = consumo crea un cortocircuito valoriale ed economico rispetto ai diktat occidentali. Si finisce con l'essere considerati luddisti fuori stagione, strambi figli dei fiori invecchiati. Comunque, parafrasando il Nostro, meglio sembrare rivoluzionari obsoleti che schiavi felici. |
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Storia della mia gente, di Edoardo Nesi
Lunedì 22 novembre 2010 - Quando sono stata a Chieri, in ottobre, ho provato un senso di sgomento nel vedere le antiche filande trasformate in supermercati, le tintorie in biblioteche, i capannoni dove un tempo tessevano i telai ancora in attesa della rinascita nel terziario avanzato. Saranno un giorno spazi espositivi, o aule universitarie, o rimarranno diroccati ancora per un po'. Ma non ci sarà più nessun telaio a battere e a fare pezze di stoffa da trasformare in vestiti. Stesso destino a Prato, dove l'epopea della tessitura è finita, assieme ad un'epoca straordinaria in cui un'intera comunità - padroni e operai assieme - seppe costruire un mondo speciale, fatto di lavoro e di ricchezza, di esportazione e di slancio creativo. Quell'epoca irripetibile è alle spalle, per l'effetto di quella globalizzazione che ha strappato a Prato il suo cuore pulsante, fino a farle perdere la strada in cui riconoscersi. Il libro di Nesi, raffinatissimo scrittore e nel contempo padrone di una tessitura di grande tradizione a Prato, è assieme un romanzo post-moderno ed un réportage sull'attualità della crisi del tessile a Prato. E' un libro di grande impatto emotivo: merito della capacità da parte dell'autore di cogliere, nella crisi economica dilagante, la tragedia sottile, impalpabile e perciò disperante della perdita di un'identità che aveva tenuto assieme la comunità pratese. Un libro che ho letto varie volte, e che non ho potuto restituire subito alla biblioteca: mi ha costretto a più rinnovi, perché non so distaccarmene. E' un libro che mi è entrato nel sangue e nelle ossa, come tutti quei libri che parlano di lavoro, di fabbriche, di fatica: che parlano dell'anima vera degli uomini e delle donne moderni, e che si sentono smarriti nell'epoca in cui la fabbrica non c'è più. Una bellissima recensione sul Sole 24 ore di Paolo Bricco: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2010/04/storia-della-mia-gente-nesi-libro.shtml Un video di presentazione: http://www.youtube.com/watch?v=5tpwTlZZH28 |
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Il libro dei pigri felici, di Passig-Lobo
Sabato 3 luglio 2010 - In vacanza da Pistoia, vado alla Biblioteca di Empoli per una riunione con i colleghi, con i quali sto preparando
una ricerca di roba bibliotecaria (e per forza: di che cosa mi dovrei occupare io?). Torno sempre molto volentieri alla Fucini di Empoli: già che sono lì, prendo un po' di libri in prestito, tradendo clamorosamente la San Giorgio. In effetti a Empoli lo spazio delle novità è grandissimo, e non puoi proprio fare a meno di prendere in prestito qualcosa. E così scelgo un libro che mi attira fin dal titolo ("Il libro dei pigri felici") e vieppiù dal sottotitolo: "Perché puoi tranquillamente rimandare a domani quello che dovresti fare oggi". La casa editrice è Feltrinelli, quindi non si tratta di una delle solite schifezze da Sperling & Kupfer, per intendersi. Il libro è di quelli che si fa leggere tutto d'un fiato: tant'è vero che prima dello scoccar della mezzanotte è già bell'e che letto. Gli autori si dichiarano appartenenti alla categoria dei "procrastinatori", ovvero coloro che rimandano a più tardi e forse a mai l'attuazione di una serie di operazioni poco gradevoli che sono elencate nella loro To do list. Procrastinare non è l'effetto di una patologia da guarire - ci dicono - ma una strategia di sopravvivenza: perché in questo mondaccio la stessa vita è un lavoro a tempo pieno, mica scherzi. Certe operazioni "banali" richiedono una quantità di azioni, attività, operazioni semplicemente mostruosa. E per questo che bisogna abolire la coscienza sporca, e soprattutto distinguere con grande chiarezza tra autodisciplina (una roba orrenda) e motivazione (una roba bella): "Farsi i muscoli contro le proprie passioni significa remare contro se stessi": vero, verissimo. |
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L'ottimismo logico, di Price Pritchett
Domenica 26 dicembre 2010 - Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Ho già avuto modo di parlarne, in un'altra occasione qui su Bigiù e Babà (vedi); ne riparlo oggi volentieri, in una giornata di riposo dai bagordi alimentari di ieri, all'insegna della lettura e della riflessione. Leggo il libro che l'esperto di fusioni e acquisizioni aziendali Price Pritchett ha dedicato al tema dell'ottimismo logico: un ottimismo tutt'altro che ingenuo e incapace di affrontare le difficoltà reali, ma al contrario utile per accrescere l'energia con la quale raggiungere gli obiettivi che perseguiamo, anche attraverso il superamento delle difficoltà. Se abbiamo la possibilità di incidere solo in piccola parte sulla realtà dei fatti che ci accadono, possiamo invece governare i nostri pensieri e decidere autonomamente quale atteggiamento tenere per interpretare le situazioni nelle quali ci troviamo. Lo stile interpretativo che adottiamo contribuisce a creare le condizioni oggettive, perché i nostri pensieri danno forma alle esperienze che viviamo e partecipano a costruire letteralmente il nostro futuro. Quando ci troviamo nel bel mezzo di un dramma personale, possiamo decidere di sguazzare nel pantano della disperazione, e rimanerci immersi per molto tempo, oppure, una volta assorbito il colpo, possiamo stabilire di ricontestualizzare in positivo la situazione nella quale ci troviamo, andando alla ricerca di quegli aspetti favorevoli ai quali appigliarci per ripartire nel nostro percorso. Come diceva Winston Churchill, "Un pessimista vede la difficoltà in ogni opportunità; un ottimista vede l'opportunità in ogni difficoltà". Molto curiosa, ed interessante, l'ultima parte del libro, dedicata ai rapporti tra sentimenti, pensieri e comportamenti: ribaltando la tradizionale priorità dell'interno sull'esterno, l'autore afferma che un cambiamento governato dei comportamenti in chiave ottimistica possa sostenere con efficacia il percorso +-di adeguamento dei sentimenti e dei pensieri. |
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Il cliente non ha sempre ragione, di Anna Sam
Mercoledì 13 ottobre 2010 - Anche oggi è stata una giornatina piena di fiocchi e controfiocchi; sono uscita un po' prima dal lavoro, per ritagliarmi un'oretta di upgrading tecnologico: tra pochi giorni disporrò di un nuovo computer che non mi costringerà più ad aspettare le sue macinazioni iniziali prima di poter operare, ed oggi è la volta del telefonino. Avevo un bellissimo palmare, che però mi è stato rubato alla Stazione Termini di Roma, una volta che tornavo ad una riunione dei presidenti regionali AIB, e quindi pace all'anima sua. Poi è stata la volta di un Nokia senza infamia e senza lode, che però ha trascorso il suo tempo più in riparazione che in azione; ora sono con un residuato bellico che va a carbonella, e dichiara scarica la propria batteria nel bel mezzo delle telefonate. Non uso molto il cellulare personale, forse per l'uso intenso che faccio di quello d'ufficio. Per cui sono andata avanti un po' così, senza pormi troppe esigenze. Oggi invece punto decisamente in alto, dritta verso un I-Phone 4. Niente da fare: qui non c'è, lì bisogna che compri un super-abbonamento, più in là devo legarmi a vita con un gestore che non ho nemmeno simpatico. Niente da fare: la caccia è rimandata. Per adesso metto nel carrello di IBS "I-Phone per negati", dal quale trarrò preziosissime perle di sapienza. Il non-shopping mi ha stremato. Cerco conforto in un libro, dopo tanta delusione, ma mi sa che stasera Saturno si dev'essere messo in mezzo, perché il libro che ho scelto fa schifo. Un po' è colpa mia, altro che Saturno. In effetti avevo letto il libro precedente di Anna Sam, "Tribolazioni di una cassiera", che non mi era piaciuto affatto. Ma, sapete come vanno le cose: tutti non fanno altro che parlare di questo nuovo libro così DIVERTENTE. E allora divertiamoci. Bleeee. La signorina Sam non sa scrivere, non ha nessuna idea brillante, mette insieme tre pensieri in croce di nessunissima originalità, e fa i soldi a palate. Ma siamo pazzi? Il suo ultimo libro "Il cliente non ha sempre ragione. Consigli di una cassiera alla clientela" non sa proprio di nulla. Né divertente, né ironico, né sardonico, né scoppiettante, né rutilante. E sì che l'argomento si presta sicuramente ad un trattamento sapido. La quotidianità minuta della spesa può arricchirsi di aneddoti gustosi, e sta alla abilità dello scrittore riuscire a trasformare situazioni apparentemente insignificanti in macro-eventi degni di essere discussi nelle commissioni ONU. La lista della spesa, la coda alle casse, gli intasamenti nel parcheggio, le monete incastrate nel carrello sono tutte situazioni che possono fare da brodo di coltura ad una narrativa "grande", nonostante il carattere minuscolo del tema. Peccato che la Sam non ci riesca affatto, checché ne dica la fascetta rossa. Di divertente e di irriverente non c'è niente, nemmeno una frasina carina, una espressione veramente comica. N-I-E-N-T-E. Non leggete questo libro: io mi sono sacrificata per voi, e basta così. La biblioteca l'ha comprato: la sola idea di avere impiegato 10 euro di soldi pubblici per questa ciofega mi fa temere una visita della Corte dei Conti. Agli ispettori direi: Sì, avete ragione, questi dieci euro sono buttati via. Mi avvicino alla libreria di casa e sfilo un libro, che regalerò domani alla biblioteca, se non altro per pareggiare la spesa. |
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Tribolazioni di una cassiera, di Anna Sam
Sabato 10 luglio 2010 - La seduta dal parrucchiere è sufficientemente lunga per sbolognare un librettino smilzo, dal promettente titolo "Tribolazioni di una cassiera", che ho preso in prestito alla San Giorgio. Ne hanno parlato un sacco su Internet (guardate qui: http://www.wuz.it/recensione-libro/2889/anna-sam-tribolazioni-una-cassiera.html, http://blog.panorama.it/libri/2009/01/28/anna-sam-le-tribolazioni-di-una-cassiera-al-supermaket/), ponendolo al centro di un vero e proprio caso editoriale in Francia: una cassiera vera che apre un blog, poi scrive un libro, poi prepara un film... Insomma, una botta di fortuna per una povera disgraziata: buon per lei. Gli articoli che avevo letto mi avevano fatto immaginare qualcosa di carino. Facendo l'autopompaggio delle aspettative, mi ero fatta l'idea che forse una lettura del genere mi avrebbe ispirato qualche considerazione di benchmarking rispetto al lavoro di sportello in biblioteca: in effetti, chi lavora in front-office in biblioteca, curando il prestito e la restituzione dei libri, non fa un lavoro molto diverso da quello di una cassiera. Del resto, anche in biblioteca ci sono i codici a barre e si passa la "merce" da un lettore ottico. Non c'è il BIP, ma insomma, siamo lì. Leggo il libro, che non mi piace. O almeno rimane al di sotto delle mie aspettative sovradimensionate. Fragilino e debolino come la peggiore chick lit, nessuna cura nello stile (e questo è davvero un peccato mortalissimo, specie quando non si ha proprio niente da dire). Una lettura sostanzialmente deludente, che non mi sentirei di consigliare a nessuno. |
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Il metodo antistronze, di Danny Samuelson
Lunedì 29 novembre 2010 - In questi giorni mi è capitato di farmi tornare a mente una lettura risalente quasi ad un anno e mezzo fa: la lettura del libro "Il metodo antistronze" di Danny Samuelson, che avevo comprato spinta dalla curiosità per un titolo provocatorio e una quarta di copertina irresistibile, e che avevo letto in una notte di poco sonno ridendo fino alle lacrime, dalla prima all'ultima pagina. La differenza tra stronzo e stronza è di quelle da non dimenticare: lo s. al maschile (può essere un uomo o una donna) è arrogante e cattivo, ti odia, si pone in contrapposizione con te, ti combatte e ti infama apertamente. La s. al femminile (può essere un uomo o una donna) è invece la tua migliore amica: ti consiglia, dice di stare dalla tua parte, e quando le confidi un minimo problema, lo ingigantisce e lo usa contro di te; semina zizannia, ti fa le scarpe, ma sempre col sorriso sulle labbra. Un libro davvero davvero divertente. Per fortuna io non sono né s. al maschile né al femminile, e soprattutto non ho nemmeno un nome in rubrica di persone che siano s. in un verso o nell'altro. Ma nemmeno uno che uno. Una bella, bellissima fortuna davvero. Giurin giurello. Intervista all'autore Giochini e test su stronze e stronzi |
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Un uomo purché sia, di Gianna Schelotto
Sabato 28 agosto 2010 - Giornata bella e lunga, in cui c'è spazio per tutto: dalla cura del giardino al riposo,
dalla lettura di un buon libro alla programmazione del lavoro per la prossima settimana. Il libro scelto oggi, che mi sciroppo in un paio d'ore d’ozio assoluto sul divano, è di Gianna Schelotto, famosa psicoterapeuta che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, in occasione di un evento organizzato ormai tanti anni fa alla biblioteca di Empoli (vedi). Ho letto quasi tutti i suoi libri, che non sono pochi, perché ho sempre apprezzato il suo stile composto e accurato, la sua scelta professionale di affrontare temi complicati in modo semplice, ma mai semplicistico. Anche questa volta la Schelotto conferma la sua abilità divulgativa, presentando il tema della "bulimia sentimentale" delle donne attraverso la chiave della narrazione di storie vere. Nessuna concessione ai luoghi comuni, ma grande rispetto nel trattare un tema estremamente complesso, che non si esaurisce nell'ambito di riferimento delle nevrosi individuali, ma fa entrare in gioco le sfide collettive (e perciò culturali e politiche, prima ancora che psicologiche) nei confronti di cambiamenti sociali che non sono andati di pari passo con i modi di alimentazione della autostima femminile. Le donne oggi sono in possesso di tutti gli strumenti intellettuali, morali, economici ed affettivi per vivere una vita piena, pur senza stare accanto ad un uomo. La mancanza di un compagno (amante, fidanzato, marito) è però avvertita da alcune come una dolorosa mutilazione, che non può essere risarcita dai successi lavorativi o da altre situazioni gratificanti vissute nei diversi contesti di relazione e di espressione. Da qui l'esigenza incomprimibile (quasi "bulimica", appunto) di trovare uomo, quale che sia, anche il più distante dai propri reali bisogni, a cui affidare il compito di puntellare l'identità vacillante, alimentare l'autostima e riempire un vuoto che da sole non sono state capaci di colmare. La Schelotto parla di veri e propri malesseri di genere, con una cifra collettiva ben diversa dai disturbi individuali, richiamandosi agli studi di Louise J. Kaplan, che appunto ha paragonato la bulimia di chi mangia non per appetito, golosità o gusto, ma per saziare un feroce senso di vuoto, all'atteggiamento di chi vuole stare accanto ad un uomo non per simpatia, attrazione sessuale o amore, ma per convincersi di valere qualcosa. In questi progetti sentimentali chiaramente destinati al fallimento, le donne protagoniste delle storie raccontate dalla Schelotto mostrano di non saper usare la solitudine come risorsa e di non riuscire a sentirsi in salvo senza il sostegno di chi è capitato sulla loro strada: poveri cristi magari del tutto inadeguati, che però se ne andranno prima o poi, lasciandole più sole e più frustrate di prima, se non altro perché le ferite dell'abbandono saranno state causate da persone ritenute immeritevoli. Estremamente potente la chiave di lettura "femminista" che la Schelotto offre di questo fenomeno: come pesci senza la bicicletta, le donne non hanno bisogno di un uomo che le ami, ma hanno bisogno di amare se stesse. Quando avranno cominciato ad amare se stesse, qualcuno le seguirà. Intervista a Gianna Schelotto sul libro La scheda su Wikipedia Le mie recensioni on line: | E io tra di voi | Distacchi e altri addii | Per il tuo bene | Ti ricordi, papà? |
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Cucinami, di Annamaria Tedesco
Mercoldì 25 agosto 2010 - Il libro racconta le due grandi pulsioni della vita: l'amore e il cibo, entrambi
legati alla pancia. E' un libro di pancia, come dice l'ignoto prefatore, perché parla
di emozioni, di gioia, di dolore, di gusto. Parla di gesti antichi delle donne, che di generazione in generazione si tramandano i segreti degli ingredienti e delle lavorazioni; parla della seduzione e del piacere: quello del cibo e quello sensuale del contatto, dell'incontro e dello scontro tra i corpi di due persone. Il cibo, dice l'autrice, è sensualità, tenerezza, gioia, creazione, divertimento e rabbia. Esattamente come l'amore. Il cibo è anche stare insieme, perché non c'è niente di più triste che mangiare da soli. Un libro di storie d'amore dentro un libro di ricette, sulla falsariga di quella casalinghitudine, qui con un connotato squisitamente meridionale, che trova il capostipite più illustre e ancora insuperato nell'omonimo libro di Clara Sereni, che ho avuto il privilegio di conoscere e incontrare personalmente, anni addietro (Incontro con Clara Sereni). |
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Tje key, di Joe Vitale
Sabato 16 ottobre 2010 - La giornata trascorre in gran parte a Pistoia, punteggiata di tanti incontri e tanti piccoli e grandi eventi, tra i quali la riunione della giuria del concorso giallo, al termine della quale definiamo le graduatorie dei vincitori, che saranno premiati il prossimo 11 dicembre. Riesco a tornare a casa, comunque, per le cinque del pomeriggio, giusto in tempo per riposarmi un poco, prima dell'uscita serale per la cena. Leggo "The Key" di Joe Vitale, un libro a metà strada tra il manuale di auto-aiuto e il trattato esoterico, sul tema della legge di attrazione. La tipologia di lettura non rientra nelle mie abitudini più consolidate, ma l'argomento incontra il mio interesse. In effetti ho sperimentato molte situazioni, spesso decisamente importanti, i cui effetti finali potrebbero essere spiegati ricorrendo a questa cosiddetta legge. Ma io preferisco adottare spiegazioni meno esoteriche e meno "magiche", a favore di approcci più prosaici e operativi. Non penso che tutto l'universo sia lì ad attendere i miei ordini (credo che abbia altro da fare, in effetti), ma sono invece più che certa che i nostri atteggiamenti possono fare ampiamente la differenza, a parità di altre condizioni, per farci raggiungere o mancare gli obiettivi che perseguiamo. In questo senso specifico ritengo che si possa dire che "attraiamo" ciò che ci capita, nel senso di essere autori principali di quel copione in parte da scrivere che è la nostra biografia personale. Scoprire quali sono le limitazioni inconsce, le nostre contro-intenzioni che sabotano i nostri comportamenti quotidiani può davvero aiutarci a riallineare la nostra riuscita ai nostri desideri e bisogni più autentici. |
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La compagna di scuola, di Madeleine Wickham
Domenica 5 settembre 2010 - Oggi avevo previsto di andare a Sarzana, per visitare il Festival della mente, ma ho preferito rimanere a casa, per una indisposizione fisica che ieri sera mi ha costretto a ricorrere alla Tachipirina pur di non perdere la cena con Dy. La febbre è passata, ma ho consumato una intera scatola maxi di “Tempo”; gli starnuti continui e gli occhi lacrimanti mi collocano oggi a distanza cospicua dal concetto di leggiadra signora dedita alle attività intellettuali.
Peccato, perché ci tenevo molto a vedere Giulia Cogoli in azione durante il suo festival più importante, dopo avere collaborato con lei per Dialoghi sull'uomo
a Pistoia, ma quando il corpo manda messaggi così chiari, bisogna avere la modestia e
l'intelligenza di ascoltarli. Sarà per l’anno prossimo, dunque. Sono rimasta tutto il giorno a casa, ad un livello energetico di mera ricarica, accettando di uscire solo per la consueta cena della domenica in famiglia. Oggi, poi, il mio babbo avrebbe compiuto 85 anni, se fosse stato ancora qui: un motivo in più per stare vicina ai miei cari. Trovo comunque la forza di leggere, portando a termine "La compagna di scuola" di Madeleine Wickham, la scrittrice inglese più conosciuta con lo pseudonimo di Sophie Kinsella (sì, quella dello shopping!). Il romanzo, scritto quando l'autrice non era ancora diventata miliardaria con la sua Becky, è ben scritto e ben tradotto (come tutte le sue opere), e racconta una storia che si fa leggere volentieri. Protagoniste tre amiche per la pelle, Maggie, Candice e Roxanne, che lavorano nella redazione di una rivista, e che fuori dal lavoro hanno creato un loro rituale, incontrandosi una volta al mese in un certo pub, dove si strafanno di cocktails, danno sfogo alle confidenze e spettegolano sul mondo. Durante uno di questi incontri, Candice riconosce nella cameriera che le serve al tavolo una vecchia compagna di scuola, Heather, di cui aveva perso le tracce quando la famiglia di lei all'improvviso aveva dovuto cambiare vita a seguito di un tracollo finanziario. Solo tempo dopo Candice avrebbe saputo che cos'era successo davvero a quella famiglia, e alle tante altre famiglie che suo padre – sì, proprio suo padre – aveva rovinato a causa di speculazioni finanziarie maldestre. Candice, che non ha mai superato i sensi di colpa per le azioni truffaldine del genitore, non esita un attimo a farsi paladina della compagna ritrovata: la propone per un buon lavoro in redazione, le offre di vivere a casa sua per risparmiare sull'affitto, la sostiene economicamente, la fa diventare la sua migliore amica, fino al punto di rompere con Maggie e Roxanne, che non si fidano della nuova venuta. Heather tesse la sua ragnatela mortale attorno a Candice, dando esecuzione ad un progetto di vendetta covato da tempo: Candice rimane senza lavoro, senza amiche, senza più nulla. Solo la solidarietà delle vecchie Maggie e Roxanne potrà permetterle di riportare equilibrio nella sua vita, smantellare il disegno perverso di Heather e recuperare il proprio posto di lavoro. Sullo sfondo, le vicende parallele delle altre due protagoniste, ciascuna alle prese con le proprie sfide: Roxanne con un amore impossibile, interrotto dalla morte improvvisa di lui, Maggie con la paura di una maternità vissuta all'insegna dell'arduo obiettivo di conservarsi intera senza perdersi nelle esigenze infinite di un esserino urlante. Il primo capitolo da leggere su internet: http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?isbn=978880459535. |